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Toghe e partiti il rischio compromesso all’italiana

È un po’ come quando tieni fermo un muscolo per settimane, poi lo muovi e fa un male del diavolo

toghe

È un po’ come quando tieni fermo un muscolo per settimane, poi lo muovi e fa un male del diavolo.

E se a capire come muoverlo ci si mettono dieci medici che tirano ognuno da un lato diverso ecco che tutto diventa più complicato e doloroso. Il problema della riforma della giustizia - e del suo eterno rimandarsi - è in questa rozza metafora: bisogna farla e pure in fretta, perché ce lo chiede l’Europa ma anche, per una volta, un intero Paese stremato dalle lungaggini, nauseato dagli scandali e soprattutto preoccupatissimo di finire tra gli ingranaggi di una macchina che tutto sembra tranne che affidabile.

Ma a metterci bocca c’è una maggioranza che va da Pd-Leu alla Lega, passando per il M5S e Forza Italia, e davvero - viste le posizioni degli interessati - non si capisce come si possa mettere d’accordo le moltitudini se non in un mercato delle vacche in cui «ti cedo questo se mi dai quello» per poi darsela tutti da vincitori ballando su un cumulo di macerie.

I veti incrociati dei partiti, dunque, come primo nemico pubblico di una riforma già di per sé paralizzata e sfregiata negli anni da interessi di bottega, incrostazioni corporative e tragicomiche fiammate ideologiche.

Piaghe purulente che però, complice l’urgenza nonché l’indebolimento della magistratura, potrebbero stavolta non avere la forza di impedire il cambiamento.

Per muovere quel muscolo atrofizzato ci si è comunque affidati a un primario di cui tutti dicono di avere stima e che tutti promettono di rispettare, cioè la Guardasigilli Marta Cartabia. I paletti fissati, soprattutto in termini di riduzione dei tempi dei processi, sono ambiziosi e le novità immaginate - dall’ufficio del processo al potenziamento della mediazione nel civile - in buona parte condivise.

I nodi sono altrove. Due su tutti. Il primo ha cinque stelle cucite sul petto e tre «no» da gettare sul tavolo: no al superamento della riforma della prescrizione targata Bonafede, no all’inappellabilità del pm, no all’indicazione, da parte del Parlamento, delle priorità nell’esercizio dell’azione penale. Hai detto niente. Più che uno scuotimento di testa è una sorta di muraglia cinese alzata nel mezzo del prato fiorito della riforma. Non è tutto, però.

Perché la Lega, in una inedita e un po’ straniante intesa con i Radicali (capita anche questo sotto il cielo d’Italia...), di bombe ne ha sganciate sei sotto forma di quesiti referendari per i quali, dal 2 luglio, scatterà la raccolta delle firme. Firme che, c’è da giurarci, non saranno poche.

Riforma del Csm, responsabilità diretta dei magistrati, equa valutazione, separazione delle carriere, limiti agli abusi della custodia cautelare e abolizione del decreto Severino. Tutti «problemi con le corna», per dirla con Nietzsche, cioè grane da affrontare di petto e che invece la Cartabia avrebbe tanto voluto scansare o gestire senza andare di bazooka ma di fioretto. Il leader leghista ha ripetuto più volte che le proposte non c’entrano nulla con la riforma ma questo è vero solo in parte perché alcuni punti, come il sistema di rinnovo dei componenti del Csm, non sono estranei al lavoro della ministra.

Dunque, la convergenza da autoscontro c’è. E se è evidente la volontà del Carroccio di influenzare il cambiamento nonché di gettare lo sguardo politico anche al di là delle prossime mosse (leggi alzare il livello dello scontro), altrettanto chiaro è l’imbarazzo del Partito democratico.

I dem sono in doppia ambascia. Da un lato c’è il problema dei 5 Stelle di cui non condividono la linea in materia di giustizia ma con cui, soprattutto dopo le «scintille» delle ultime settimane, una parvenza di alleanza va mantenuta. Quindi, abbandonarli al loro destino non si potrà. E poi c’è il problema che un bel pezzo di partito, stanco della deriva manettara degli ultimi anni, guarda con benevola apertura alle proposte referendarie di Lega e Radicali. E al povero Enrico Letta non basterà nascondersi sotto la sottana della Cartabia («è la persona giusta») per scongiurare imbarazzi e tenere la barra dritta. Alla fine della giostra, quella che doveva essere una spedita riforma a favor di Recovery sta diventando una battaglia campale il cui esito, al momento, appare incerto. Almeno nei contenuti. Il braccio si muoverà, alla fine, perché ci sono di mezzo i soldi ma per una volta non sarebbe male evitare il maxi-compromesso all’italiana. Quello che lascerebbe tutti contenti. Tranne chi ha sete di Giustizia.

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