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Quest’Italia sotto la protezione di San Mario

Fra legittimi scongiuri e necessarie cautele, il Covid sta abbassando la testa

Draghi-style per azzannare il virus della crisi

Fra legittimi scongiuri e necessarie cautele, il Covid sta abbassando la testa. E se si considera che a giorni si passa alla vaccinazione per tutti, davvero sembra aprirsi una stagione di rinascita. Sentimenti positivi che ben si sposano con il clima estivo e la voglia di vacanza, soprattutto dopo lunghi mesi passati ai «domiciliari» o quasi.

Il venir meno dell’emergenza sanitaria, però, assomiglia allo scioglimento delle nevi che rivela la realtà pietrosa nascosta dal manto bianco. Così stanno riemergendo tutti gli spigoli vivi dei partiti, con attacchi, manovre e contromanovre. I segnali della belligeranza sono dati dalla ripresa delle ciarle, cioè da quel profluvio di parole attorno a fatti inesistenti o di assoluta irrilevanza.

La politica, infatti, da tempo non la fanno più i politici, ma i prolifici comunicatori che vengono assoldati con il compito di rendere popolare il leader turno, nella convinzione che a tanti titoli sui giornali, a tante comparsate in tv, a tanti like a un post su Facebook corrispondano altrettanti consensi.

È in questo clima che Draghi e il suo governo oggi devono muoversi. È quindi un bel passo in avanti essere riusciti a mettere a punto i due decreti base per arrivare ai forzieri europei del Recovery fund.

Ma si tratta di due decreti che devono innanzitutto passare il vaglio delle Camere senza troppe modifiche e poi che devono essere riempiti di nomi e di testi attuativi. Si sa, il diavolo si annida nei particolari e proprio quando si tratta di individuare governance, esperti e commissari che si svelano i lati peggiori.

Sul piano pratico occorre anche capire quali effetti avranno le principali norme introdotte – limite del 50% per i subappalti, clausola per assumere giovani e donne, valutazioni ambientali più veloci – in un Paese caratterizzato da ipertrofia regolamentare e da furbizia endemica. Al di là di chi utilizzerà questa misure onestamente e per gli scopi previsti dal legislatore, occorre chiedersi quanti invece ne approfitteranno per i loro comodi. Da tempo sono arrivate segnalazioni circa l’interesse delle mafie verso i progetti del Recovery, non solo per appropriarsi di soldi, ma anche per infilarsi in maniera «pulita» nel mondo affaristico e imprenditoriale.

L’Italia avrà la forza e la capacità di sventare queste manovre? Il dubbio è legittimo, giacché il contesto nel quale andranno a operare le regole adottate con il Recovery resta quello di oggi. Siamo cioè alla solita pezza nuova cucita sull’abito vecchio e più volte rammendato.

Il nostro sistema giudiziario, tanto per tornare su una piaga purulenta, è di una lentezza tale da risultare agli antipodi con la velocità richiesta dalle nuove procedure per portare a compimento nel 2026 i lavori finanziati con i soldi europei. Non possiamo dimenticare che siamo il Paese in cui occorrono decenni per vedere realizzate opere pubbliche.

Se si guarda per esempio al terremoto di Amatrice avvenuto 5 anni fa (24 agosto 2016), quindi lo stesso lasso di tempo imposto dall’Ue per smantellare i cantieri, si scopre che la ricostruzione è ancora agli inizi. Ma si potrebbero fare innumerevoli esempi di strade, gallerie, ferrovie e ponti realizzati decenni dopo l’inizio dei lavori o, come pure accade, mai portati a termine. I tempi non sono dilatati per chissà quale sortilegio, ma perché c’è una macchina burocratica spesso inefficiente, talvolta corrotta, sovente apatica. Senza contare che ogni gara d’appalto finisce regolarmente davanti al Tar, nell’apoteosi della cavillosità italica.

Dopo ogni disastro - dalla funivia sul Mottarone al ponte Morandi – ci chiediamo se ci sono dei controlli e chi li fa. E ogni volta scopriamo verità vergognose. Fra l’altro il Recovery parte all’indomani di una stagione di depressione – psicologica ed economica – che proprio per la frenesia di ricominciare e ripartire diventa il terreno più fertile per superficialità e malaffare.

Questa frenesia vena anche l’azione dei partiti che si stanno sì occupando del Recovery, ma con un occhio alle prossime amministrative, dove si vota in città determinanti per gli equilibri nazionali (Roma, Milano, Torino, Napoli…) e con l’altro occhio al Quirinale, dove si sceglierà il successore di Mattarella e, di riflesso, anche il prossimo inquilino di Palazzo Chigi e di tutti i posti chiave nella mappa del potere. Può una classe politica con uno strabismo così accentuato vedere in maniera limpida la ricostruzione di questo Paese?

L’Italia ha spesso dato prova di riuscire a sovvertire i pronostici più nefasti affidandosi ai vari «santi» del momento. Adesso siamo sotto la consolante tutela di San Mario (Draghi) che estende i suoi poteri taumaturgici anche al di là dei confini nazionali.

Questo non può che fare piacere e far guardare con un po’ di ottimismo in più, ma Draghi non sappiamo quanto resisterà a Palazzo Chigi, visto che si pensa già alla sua eutanasia: staccargli la spina per mandarlo al Colle. Operazione facile a descriversi sulla carta, più difficile quando deve essere tradotta in comportamenti e voti conseguenti.
Per ora godiamoci questa lenta riemersione dall’incubo Covid.

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