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Se fosse vivo, Rosario Livatino sarebbe un presidente di Tribunale o magari il procuratore generale della Cassazione che si prepara a lasciare la toga. Guarderebbe all’ultimo scandalo dei verbali dell’avvocato Amara con sdegno, o forse con un rassegnato sorriso. Etica, responsabilità, rispetto della presunzione di innocenza, il sacro principio dell’habeas corpus che ne fecero, nei giorni in cui da solo sfidava gli stiddari di Agrigento, un eroe moderno protetto solo dal codice penale. Non ci si ritroverebbe, oggi che sarà proclamato beato, in quella magistratura che allora lo lasciò solo e oggi – come allora – appare vittima della sua stessa debolezza.
Sono passati trent’anni e sembra non sia accaduto nulla.

Il primo magistrato a salire agli onori degli altari, Livatino, è inseguito da allora da quella definizione, «il giudice ragazzino», che non era affatto un complimento e che molto tempo dopo l’allora presidente Francesco Cossiga smentì di aver riferito a lui, il figlio di un impiegato di Agrigento morto a 38 anni sotto i colpi di altri ragazzini. La polemica a quei tempi era sul fatto che i giovani magistrati, gli unici che (come oggi!) accettano le sedi di frontiera, potessero mettere le mani su quegli stessi incroci tra mafia e politica che non molto tempo dopo costarono la vita a Falcone e Borsellino e che ancora oggi sono il motivo ultimo dei veleni intorno al Csm.

Guardiamoci intorno. Oggi come allora un’importante fetta della magistratura inquirente è composta da quei «ragazzini» cui Cossiga non avrebbe affidato nemmeno un condominio, magistrati che crescono in distretti difficili (compresi quelli pugliesi) senza per questo abbassare mai la testa. Oggi come allora vanno in scena giochi di potere che contrappongono «correnti» (o comunque gruppi di interesse più o meno espliciti) interessate a delegittimare questa o quell’altra cordata avversaria: il corvo di Palermo (un giudice) non era poi tanto diverso dalla manina che ha infilato in una busta i verbali sulla fantomatica loggia Ungheria. L’unica differenza è che la mafia non spara più, quantomeno non ai giudici. Ma oggi le pistole sono sostituite dai pacchi di verbali anonimi, dalle trascrizioni di intercettazioni telefoniche, dai dossier velenosi che colpiscono e affondano carriere. E molte delle cose che sono accadute o accadono in questi giorni, se avessero visto per protagonisti politici o anche giornalisti, avrebbero già portato più di qualcuno nelle patrie galere.

C’è dunque una questione morale nella magistratura italiana? Molto probabilmente sì, ed oggi come allora il cortocircuito si innesca quando la giurisdizione incrocia i calcoli della politica. Il malaffare è un’altra storia: a meno di non voler credere al primato etico del magistrato, bisogna prendere atto che esistono ottimi giudici e giudici corrotti così come accade in qualunque altra categoria. Ma se certi episodi si ripetono con troppa frequenza, forse bisognerebbe porsi anche altre domande.
Non basta infatti dire che il sistema possiede gli anticorpi per fare pulizia al suo interno. E dunque si chiede ai cittadini di aver fiducia nel giudice della porta accanto a quella del collega pizzicato con la mazzetta. Servirebbe una presa di coscienza collettiva, e qualche riflessione critica, su una regione (la Puglia) che in due anni e mezzo ha visto l’arresto di quattro giudici, più altri due in galera già condannati, più ancora quelli che sono stati messi fuori dopo sentenze per reati gravi. Non ci sono altri casi uguali in nessuna altra parte d’Italia, e del caso pugliese non si parla mai.


Trent’anni fa, ai tempi eroici di Livatino, l’arresto di un magistrato era possibile soltanto nei film. Oggi anche grazie ai nuovi metodi di indagine pure quel tabù è caduto: solo lì dove non si guarda in faccia a nessuno, la giustizia fiorisce. E la lezione di quel «ragazzo» sulla via della santità tornerà ad avere un senso.

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