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Questo 9 maggio potrebbe essere più significativo del solito nella celebrazione della Festa dell’Europa. Da un lato a Porto si è appena tenuto un importante vertice sull’agenda sociale del prossimo decennio. E poi oggi si apre a Strasburgo, con un anno di ritardo dovuto alla pandemia, la Conferenza sul futuro dell’Europa, in formato ibrido (in presenza e in video conferenza), che dovrebbe concludersi a giugno 2022 durante il semestre di Presidenza francese. L’obiettivo, si spera ambizioso, è quello di sviluppare una serie di idee che possano concretizzarsi in un’ampia azione legislativa o, meglio ancora, nella modifica del Trattato di Lisbona.

La base «politica» della Conferenza, inizialmente proposta dal presidente francese Macron, è contenuta in una Dichiarazione comune firmata lo scorso 10 marzo dai presidenti di Parlamento europeo, Sassoli, Consiglio dell’Unione, Costa, e Commissione europea, Von der Leyen. In essa si indicano sia il metodo di lavoro, in realtà abbastanza farraginoso, sia il campo di discussione che è molto ampio e comprende ovviamente le priorità già presenti nel Next generation Eu dall’ambiente all’equità sociale, dalla trasformazione digitale alla solidarietà intergenerazionale, dallo Stato di diritto alle sfide migratorie. Non mancano i riferimenti alle fondamenta democratiche dell'Unione al fine di rafforzare i processi che la governano.
Sotto quest’ultimo profilo è indubbio che un argomento molto delicato, e complesso, attiene alla necessità di superare il persistente «sovranismo» alla base del funzionamento delle due istituzioni intergovernative il Consiglio europeo e il Consiglio (dei ministri); essi operano ancora (il primo quasi sempre, il secondo per di più in materie di grande rilievo come politica estera, politica economica e fiscale, sicurezza e protezione sociale) sulla base dell’unanimità, in palese contrasto con il livello ormai avanzato del processo d’integrazione. Tale «vetocrazia», inoltre, è anche legata alla procedura di revisione del Trattato istitutivo la quale, per compiersi, ha bisogno dell’approvazione, parlamentare o referendaria, di ciascuno degli Stati membri. Con le conseguenti difficoltà che la storia ha più volte evidenziato.

Perché quindi la Conferenza abbia successo e non si limiti a una mera azione normativa di carattere secondario non è sufficiente sperare nella buona volontà dei Governi degli Stati membri. Questi, del resto non sembrano avere grandi intenzioni di revisionare il Trattato di Lisbona del 2007 come se nel frattempo non si fossero avute trasformazioni epocali. Invece gli ultimi mesi hanno dimostrato che «nessuno si salva da solo» e che al centro di tutto non può che esserci il principio di solidarietà, efficacemente sintetizzato da Ursula Von der Leyen nel motto I care ripreso da don Lorenzo Milani.
È allora necessario fare affidamento su due circostanze indispensabili. La prima è la capacità del Parlamento europeo di ergersi a protagonista della Conferenza rivendicando il proprio ruolo di espressione istituzionale diretta della volontà dei cittadini europei. E ciò si rifletterebbe in alcune riforme necessarie ad avvalorarne l’esercizio dei poteri come il conferimento dell’iniziativa legislativa (è una contraddizione in termini che oggi essa non rientri nelle sue competenze), l’attribuzione di alcuni seggi attraverso liste elettorali europee e non meramente nazionali, la diretta proiezione dell’esito elettorale sulla nomina del Presidente della Commissione europea.

La seconda circostanza risiede nel livello e nella qualità della partecipazione alla Conferenza dei cittadini europei, singolarmente o attraverso associazioni e corpi sociali che ne siano espressione, nonché degli Enti locali e regionali. La Dichiarazione comune ha voluto rimarcare che la Conferenza è un processo «dal basso verso l'alto», incentrato sui cittadini, che consente agli europei di esprimere la loro opinione su ciò che si aspettano dall'Unione europea. Essa «conferirà ai cittadini un ruolo più incisivo nella definizione delle future politiche e ambizioni dell'Unione, di cui migliorerà la resilienza. Ciò avverrà attraverso molteplici eventi e dibattiti organizzati in tutta l'Unione, nonché attraverso una piattaforma digitale multilingue interattiva».
Questa piattaforma è indubbiamente costruita in modo sapiente ed è facilmente raggiungibile digitando «Conferenza sul futuro dell’Europa» attraverso un qualsiasi motore di ricerca. Essa consente, dopo essersi registrati e aver sottoscritto la Carta della Conferenza, di partecipare on line a qualsiasi evento programmato in Europa, di organizzarlo inserendolo nella piattaforma e di inviare proposte sui diversi argomenti in discussione. In altri termini, è auspicabile, per questa via, che si possa determinare una larga partecipazione popolare, in particolare giovanile, che sia in grado di operare una incisiva pressione politica sui Governi per portare a compimento le riforme necessarie.

D’altronde, da un recente sondaggio di Eurobarometer emerge che per tre quarti degli europei la Conferenza sul Futuro dell’Europa avrà un impatto positivo sulla democrazia all’interno dell’UE; inoltre, il 76% concorda sul fatto che essa rappresenta un progresso significativo per la democrazia all’interno dell’Ue, con una netta maggioranza a sostegno in ogni Stato membro dell’Ue. Infine, la stragrande maggioranza degli europei (92%) chiede che la voce dei cittadini sia presa maggiormente in considerazione nelle decisioni relative al futuro dell’Europa.
In realtà è preferibile non crearsi soverchie illusioni anche perché la struttura messa in piedi per governare i lavori della Conferenza è tutt’altro che agile e, per rispetto dei lettori, evito di descriverla. Bisogna tuttavia sperare che il processo avviato risulti comunque ampiamente inclusivo e renda un numero sempre maggiori di cittadini degli Stati membri consapevoli della loro seconda cittadinanza europea attivandone funzioni e diritti.

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