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Giustizia che procede, economia che produce

Giustizia ed economia non vivono vite parallele. Vi è un intreccio da molti ignorato e che invece condiziona la seconda in virtù dell’efficienza e dei tempi della prima

Giustizia che procede, economia che produce

Giustizia ed economia non vivono vite parallele. Non sono rette che non s’incontrano mai, universi che vivono vite proprie e indipendenti, in piena autonomia. Anzi. Vi è un intreccio da molti ignorato e che invece condiziona la seconda in virtù dell’efficienza e dei tempi della prima.

Non a caso, tra gli obiettivi del Recovery Plan dettati dall’Unione europea – in attuazione delle Country Specific Recommendations del 2019 e del 2020 rivolte all’Italia –, vi è proprio il tema giustizia, tra le condizioni indispensabili per promuovere lo sviluppo economico indotto dal Recovery Fund. L’intreccio, insomma, c’è, nonostante spesso lo si ignori o si finga di ignorarlo. Lo si snobbi, per convenienza o per abitudine. La fiducia nei confronti della giustizia nel nostro Paese è tutt’altro che elevata, e questo soprattutto per l’incapacità della stessa di dare risposte in tempi rapidi.

Siamo tra i Paesi dell’UE tra i più lenti quanto alla definizione di un processo civile in primo grado. Occorrono mediamente 527 giorni, a fronte di una media europea di 233 giorni. E per “chiudere la partita”, aggiungendo giudizio di appello e ricorso per Cassazione, si superano gli otto anni.

Numeri insopportabili, che mettono in fuga dai tribunali il comune cittadino e dirottano altrove i capitali italiani e quelli esteri interessati a investire in Italia. Un’impresa, infatti, si trova di fronte al pericolo delle “forche caudine” della giurisdizione, un rischio inaccettabile.

C’è buona volontà negli intenti manifestati da Mario Draghi presentando in Parlamento il Recovery Plan. Non sappiamo, però, se questi auspici potranno davvero trasformarsi in realtà. L’intento è di ridurre i tempi medi del processo civile di primo grado a 369 giorni e quelli complessivi a quasi cinque anni. Una riduzione, calcolata in termini percentuali, del quaranta per cento. Il premier ha fornito cifre, a fronte delle espressioni generiche contenute nel Recovery Plan che tracciano quale obiettivo fondamentale di progetti e riforme nell’ambito della giustizia «la riduzione del tempo del giudizio, che oggi continua a registrare medie del tutto inadeguate».

Un indubbio sforzo, un obiettivo ambizioso (come ha detto il premier in Senato), ma numeri nonostante tutto intollerabili. Sono comunque cifre enormi, che fungono da deterrente soprattutto per le imprese estere che intendono investire in Italia. E, del resto, ne è consapevole il premier che nell’illustrare in Parlamento il Recovery Plan ha manifestato la consapevolezza di un cancro da estirpare («Nonostante i progressi degli ultimi anni, permangono ritardi eccessivi»). Da economista, ha probabilmente voluto lanciare messaggi rassicuranti agli investitori. Non sappiamo se e quanto ne sia convinto.

Neanche il processo telematico, che pure ci si propone di attuare in maniera definitiva, sembra aver dato i frutti sperati. Non sappiamo se ci riusciranno l’Ufficio del processo e la riorganizzazione degli uffici giudiziari. Pesa, al di là di ogni riforma, un bizantinismo giuridico che è nel DNA del Belpaese e che rende complicato e farraginoso ogni passaggio del processo, dilatandone in maniera esasperata i tempi. A tutto vantaggio di chi ha torto. Un malinteso concetto delle garanzie, che nel processo civile finisce per favorire chi viola le regole a scapito di chi rivendica un diritto.

Ma anche nel penale gli effetti delle lungaggini processuali sull’economia sono tutt’altro che marginali: sequestri e provvedimenti che incidono su beni patrimoniali in genere possono avere un’efficacia esplosiva su aziende coinvolte a vario titolo nel processo, che rimangono per anni in attesa di un esito il quale, anche quando assolutorio, lascia segni indelebili sulle imprese spesso impedendole di rialzarsi. Anche in questo caso, i tempi dilatati della giustizia mettono in fuga dal nostro Paese chi vuole investire capitali. Nel “piano Draghi” si parla per il processo penale di una riduzione dei tempi del venticinque per cento (da quasi quattro anni e mezzo a qualcosa in più di tre anni), ma anche in questo ambito – sempre che la cosa non rimanga nel catalogo delle buone intenzioni – occorre rilevare il ritardo cospicuo rispetto ai partner europei: la media dei Paesi del Consiglio d’Europa, infatti, supera di poco un anno.

Eppure si stima (The European House Ambrosetti) che un miglioramento del sistema giustizia comporterebbe un aumento del PIL compreso tra l’1,3% e il 2,5%, mentre il raggiungimento degli standard giudiziari di Germania, Francia e Spagna determinerebbe una crescita degli investimenti di centosettanta miliardi di euro.

Una giustizia che funziona, insomma, può costituire un volano per l’economia, e non soltanto per chi viene dall’estero, valorizzando le aziende che rispettano le regole e estromettendo dal circuito produttivo quelle che le ritengono un inutile orpello che ostacola i loro profitti. Una «giustizia rapida e di qualità», si legge nel Recovery Plan, «stimola la concorrenza». Un imprenditore che può fare affidamento sull’adempimento dei contratti sarà spinto a continuare nella sua attività e a svilupparla. E questo vale ancor di più per chi si affaccia per la prima volta a questo mondo, dunque alle nuove generazioni cui il NextGenerationEU è rivolto e alle quali non si può che cercare di offrire un mondo migliore.

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