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Il commento

Domenica #liberiamo l’Italia dal divario

L'ingordigia del Nord: loro più autonomi. E i servizi al Sud?

Basta farsi un po’ di conti. Col 40 per cento dei fondi del Recovery, il Sud sarà in ritardato sviluppo anche per i prossimi 160 anni. E se nel 1972 si scrisse che il divario col Nord sarebbe stato colmato nel 2020, ora si potrebbe scrivere che verrà colmato nel 2180. Fantascienza. Oggi il reddito del Sud è al 55,2 per cento di quello del resto d’Italia, poco più della metà.

Ma già per il 2021-22 la previsione per il Centro Nord è del più 4,5 e più 5,3 per cento, per il Sud dell’1,2 e dell’1,4. Cioè aumento, non diminuzione, e sempre Covid permettendo. L’inizio di una svolta si sarebbe potuto avere se fosse stata rispettata l’indicazione dell’Europa, dare al Sud fra il 66 e il 70 per cento dei 209 miliardi a disposizione. Ma lo hanno impedito i poteri forti del Paese. Quelli tanto avidi da non capire che senza il Sud anche la loro cosiddetta locomotiva continuerà a fare dell’Italia l’ultima dell’Unione. Avere una soluzione in casa e ignorarla.

Intanto dopodomani giorno della Liberazione i 500 sindaci meridionali del Recovery Sud si ritroveranno a Napoli. Sarà una maratona con cittadini, intellettuali, artisti (primo fra tutti Albano) per chiedere, a 76 anni da quel 25 aprile 1945, che l’Italia la finisca di essere due Italie. Che gli italiani non siano ancòra divisi in italiani e diversamente italiani.

E che, con la coesione della Repubblica allora nata dalla Resistenza, l’Italia la finisca di essere quella nazione mutilata e diseguale che non fa bene a nessuno. #liberiamolitaliadaldivario. Mentre la settimana prossima all’ultimo momento il Parlamento sarà chiamato a pronunciarsi su quel Piano di ripartenza e resistenza (appunto) che dovrebbe sancire l’ennesimo occasione di sviluppo sottratta al Sud e all’Italia. A pochi giorni dalla consegna a Bruxelles perché si possa cambiare qualcosa.
La domanda è: accetterà l’Europa che continui a esserci in Italia l’area di ritardato sviluppo più vecchia, più vasta e più popolata del continente? Una diseguaglianza che contraddice la stessa finalità dell’Unione nata proprio perché si desse coesione a un territorio uscito da troppe guerre per le sue divisioni.

La ministra per il Sud, Carfagna, continua a scrivere sui giornali che il Sud conviene a tutti ed è un affare per tutti. In un’Italia che potrebbe essere una Germania se mettesse in moto la sua seconda locomotiva ferma. Ma è difficile che questa seconda locomotiva parta in soccorso della prima senza le risorse sufficienti. Quelle che diano al Sud un livello di servizi e di infrastrutture senza le quali ogni iniziativa resterà sempre una sfida a produrre di più col meno. Sud che nonostante tutto non è oggi un deserto industriale perché sia lascia relegato a un sospetto destino di turismo e buoni prodotti della terra.

C’è bisogno al Sud di muovere velocemente persone, merci, dati, idee. C’è bisogno al Sud di un treno chiamato desiderio e di bande larghe chiamate futuro. C’è bisogno di una sanità che non costringa i malati a viaggiare verso una speranza, e di lavoro che non costringa i giovani ad emigrare verso una vita migliore. C’è bisogno di tutto ciò che faccia aumentare quel reddito e diminuire quella disoccupazione. Come immaginava l’Europa dando per questo all’Italia la quota maggiore del più ampio intervento dopo il Piano Marshall per la più grave crisi dopo il 1929.

E non è affatto rassicurante, anzi è proprio allarmante che quel 40 per cento sia lordo. Perché comprende i fondi Fsc (sviluppo e coesione), benché la ministra assicuri che siano solo di passaggio in attesa che arrivino da Bruxelles. E benché la ministra parli di 40 per cento come punto di partenza. E non escluda un aumento della percentuale se le depauperate amministrazioni pubbliche del Sud sapranno presentare progetti. Né è rassicurante, anzi è proprio allarmante, che si conosca un dato: quello in base al quale per ogni euro di investimento al Sud, 41 centesimi finiscano al Centro Nord in appalti. Conferma da un lato di quanto il Sud sia utile a tutti, dall’altro di quanto poco di quel risicato Recovery resterà al Sud.

Intanto, a proposito di (falsa) priorità al Sud, sono stati ripartiti i fondi per le istituzioni culturali e cosa risulta? Che il 90 per cento va al Centro Nord e il 10 per cento al Sud. Al Centro Nord anche con i soldi delle tasse del Sud. Ma poi ad essere assistito sarebbe sempre il Sud. Anche per questo domenica i sindaci del Sud scendono in piazza. Per salvare le loro città dall’abbandono ma anche la dignità dalla offesa.

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