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Ha ragione chi parla di «gioco dell’oca». E il problema è che il dado, in questo caso, sono i poveri, malcapitati pazienti. Stiamo parlando dei vaccini, ovvero delle forniture scarsissime riservate alla Puglia. E stiamo parlando delle tipologie di vaccino distribuite per fasce d’età, patologie etc., insomma del caso in cui sembra piombata la macchina sanitaria pugliese. Andiamo con ordine.

Avviate la fase delle vaccinazioni per fasce d’età a partire dai 79anni in giù (ma comincerà il 12 aprile, salvo altri incidenti), è partita quella per i pazienti ultra-fragili.

Sono i trapiantati, gli emodializzati seguiti negli ospedali, gli oncologici etc. Peccato che per i pazienti seguiti in terapia negli ospedali sia stato abbastanza facile fornire gli elenchi alle Asl e dunque consentire agli hub destinati alla raccolta dei vaccini di stabilire la quantità di dosi da fornire alle cliniche pugliesi. Ma tutti gli altri? I disabili costretti a casa, i fragili non ospedalizzati e dunque a domicilio, i caregivers (ovvero i familiari che li assistono e che dovrebbero vaccinarsi insieme a loro, per evitare di contagiarli?). Qui il sistema è cominciato ad andare in tilt. La presa in carico è stata, come ovvio, affidata ai medici di base, gli unici in grado di possedere la loro cartella clinica e dunque stabilire la gravità/priorità da assegnare nelle prenotazioni. Ma i medici di base lamentano di non avere i vaccini e la Regione, presa dalla disperazione di avere scarse forniture in modo da fare adeguata prevenzione, gli risponde «venite a prenderveli» e chiede loro gli elenchi dei beneficiari che ancora mancano all’appello. Un sistema in tilt.

Le forniture, rispetto alla popolazione residente, sono poche. E le certificazioni delle Autorità internazionali arrivano tardi. Come uscirne? Intanto, va dato atto al sistema sanitario che non è proprio normale dover rivedere ogni giorno il piano vaccinale a seconda delle «strozzature» sulle dosi che da Bruxelles arrivano a Roma e poi a Bari. Così come va considerato che i nostri medici di base a tutto possono essere attrezzati, tranne che a provvedere a un sistema rodato di campagna vaccinale svolto nei locali dove tradizionalmente esercitano la loro professione (appartamenti etc.) Il problema, però, esiste ed è serio: che fine fanno i poveri cristi allettati a casa o i familiari di fragili gravi che non sono ospedalizzati? Si porta loro a casa il vaccino, ma quale? Pfizer, col contagocce, va riservato ai richiami degli over-80 e agli ultra-65enni cui, dopo la tornata avviata ad aprile, toccherà vaccinarsi per fasce d’età. Senza contare i domicili da riservare agli anziani impossibilitati a muoversi verso i centri vaccinali.

Moderna, dunque, è l’unica boccata d’ossigeno, con i caregivers che dovranno buttarsi su AstraZeneca, sperando che non succedano altri inciampi e dietrofront come quello accaduto quando le siringhe hanno cominciato a farle gli insegnanti. E poi c’è la grande attesa per il Johnson & Johnson, le cui monodosi dovrebbero arrivare massicciamente verso maggio. Non è migliore degli altri vaccini, ma almeno ti toglie il problema della seconda iniezione (i richiami), costringendo la Regione a pesare le forniture col bilancino per evitare di farsi trovare sprovvista alla seconda dose.

Di certo c’è che se la «rete» dei servizi sanitari avesse funzionato lungo tutto la filiera, molti intoppi si sarebbero evitati. Farmacie, medici di base, la famigerata e mai portata a compimento sanità territoriale. Non solo ospedali, dunque, ma servizi. Quelli che ti chiedono sotto casa proprio i cittadini più fragili, prima che finiscano su un’ambulanza. Ma anche in questo caso, come in quello della scuola, vale il famoso detto: alla prima ondata non capivamo, alla seconda non eravamo pronti e alla terza siamo stati travolti.

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