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Prima di convertirsi al cristianesimo l’evangelista Matteo era un pubblicano, cioè un esattore delle tasse. Anticipava le imposte ai romani e poi provvedeva alla riscossione, operando naturalmente pesanti ricarichi. I pubblicani, odiati dalla gente, agivano un po’ da agenzia delle entrate e un po’ da banca. Ed è per questo che San Matteo è considerato il patrono dei banchieri.
La figura del santo ha numerosi addentellati con l’attuale situazione italiana. È innegabile che l’arrivo a Palazzo Chigi del banchiere Mario Draghi sia stato patrocinato per vie diverse dai Matteo nostrani: Renzi e Salvini. Ed è curioso notare come il percorso dei due uomini politici si snodi in un perfetto parallelismo di successi e di cadute.

Matteo Renzi giunge all’apice dei consensi con le elezioni europee del 2014: il Pd da lui guidato vola oltre il 40% realizzando «il miglior risultato di sempre». Sull’onda del trionfo, il leader toscano lancia la sua riforma della Costituzione, approvata dal Parlamento il 12 aprile 2016 e sottoposta a referendum il successivo 4 dicembre. Renzi però commette un errore fatale, trasforma il voto in una consultazione su se stesso.

L’esito è una sonora sconfitta che lo vede uscire di scena prima da Palazzo Chigi e poi dallo stesso Pd. Con lui un pugno di parlamentari fedelissimi con i quali crea una nuova formazione: Italia viva.

Si arriva così alle elezioni politiche del 2018. I 5Stelle asfaltano gli altri partiti e diventano uno dei vertici del singolare triangolo che si crea in Parlamento. Gli altri due sono rappresentati dall’alleanza di centrodestra (Lega - Fratelli d’Italia - Forza Italia) e dal Pd, con tutta la galassia della sinistra (Italia Viva - Leu - +Europa ecc). La formazione di un governo appare difficile. A rompere gli indugi è il leader della Lega, Matteo Salvini, che si sfila dall’alleanza e dà vita a un’insolita maggioranza con i 5Stelle: è la nascita del governo giallo-verde. Che però va avanti con continui sobbalzi, anche perché la visibilità mediatica di Salvini fa moltiplicare i consensi attorno alla Lega. Il Matteo lombardo vuole capitalizzare quel patrimonio di like e trasformarli in voti. È l’estate del Papeete. Decide così di staccare la spina al governo Conte, fidando sul fatto che si vada a elezioni anticipate, giacché non è immaginabile una maggioranza alternativa formata da 5Stelle e Pd con il supporto di Italia Viva e Leu.

Non c’è il Covid, le riforme tanto strombazzate non decollano, il semestre bianco per l’elezione del Capo dello Stato è ancora lontano, il voto sembra davvero a portata di mano.

A far saltare il progetto ci pensa proprio il Matteo toscano, che convince Zingaretti e soci a mettere da parte antipatie, differenze ideologiche e querele nei confronti dei pentastellati e a far nascere il governo giallo-rosso, presieduto ancora dall’«avvocato del popolo» Giuseppe Conte.

Il resto è storia dei giorni nostri. La nuova maggioranza si trova subito a dover far i conti con un nemico imprevisto e imprevedibile: il virus pandemico. È una mazzata globale che sconvolge le economie, le alleanze politiche e i sistemi sanitari a livello planetario. Renzi è insofferente e mostra di non gradire le interminabili mediazioni di Conte. Vorrebbe – dice – decisioni più rapide e incisive, visti anche i poteri assunti dal governo per fronte all’emergenza. Soprattutto vuole riscrivere il piano per il rilancio e vuole che l’Italia acceda al fondo salvastati previsto dall’Ue. Il 13 gennaio, dopo un Natale tristissimo per gli italiani confinati in casa, Matteo Renzi ritira le due ministre di Italia Viva dal governo e apre ufficialmente la crisi. Pd e 5Stelle sono furenti. La definizione più gentile della sua decisione è «follia» e davvero agli occhi di un Paese schiacciato dalla crisi e da quasi centomila morti per Covid, sembra una scelta scellerata.

Ma per fortuna al Quirinale siede Sergio Mattarella, che come il suo santo – Sergio I, papa – oltre a essere nato a Palermo, è avvezzo a «ricomporre molte controversie e discordie». Spiega innanzitutto agli italiani, a Salvini e agli altri che invocano le elezioni, che è altamente rischioso andare alle urne per via della situazione sanitaria e perché è necessario completare il piano per incassare i 209 miliardi di euro messi a disposizione da Bruxelles. Quindi chiama Mario Draghi, ex presidente della Bce, per formare un nuovo governo. La sola notizia dell’incarico fa sobbalzare i mercati e lo spread scende a livelli record.

Draghi avvia un doppio di giro di consultazioni e alla fine raggiunge un risultato che appariva impossibile: un governo misto di politici e «laici», sostenuto da una amplissima maggioranza. Draghi, come il suo santo, si è sottoposto al martirio delle richieste dei partiti, ma alla fine c’è l’ha fatta: giovedì sera è arrivato anche il secondo, larghissimo sì della Camera.

Il programma illustrato da Draghi è in realtà un progetto per arrivare a fine legislatura, ma nel mezzo c’è l’elezione del presidente della Repubblica. Che faranno i due Matteo, ora alleati nella stessa maggioranza, visto che il candidato più quotato e da loro sponsorizzato per il Colle era proprio l’ex presidente della Bce? Potrebbero convincere il riluttante Mattarella a farsi rieleggere al Quirinale, consentire così a Draghi di portare a termine la legislatura, salvo poi dimettersi per fare in modo che l’ex presidente della Bce – votato dal nuovo Parlamento – possa salire al Quirinale. E poi non dite che San Matteo non è il protettore dei banchieri.

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