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Coronavirus

Ci sono storie che non diventano dati. Ci sono “meta-dati” che non finiscono nella conta delle vittime della pandemia: sono le storie terribili di questi giorni e di questi mesi, nell'oceano delle chiusure e dei silenzi provocati dal virus. Le meta-vittime pugliesi delle ultime ore sono la donna uccisa a Orta Nova, in un delitto ancora misterioso del quale è accusato un bracciante che fino a ieri sembra sia stato irreprensibile e attivo nel sociale.

Quel sociale che oggi non c'è più. L'altra vittima è il bambino barese morto soffocato in casa, altro caso sul quale si sta cercando di far luce, perché a noi tutti l'idea del suicidio di un bimbo così piccolo sembra impossibile, inconcepibile. Come lo è stato quello di Antonella, la ragazzina della sfida su TikTok, sfida che spiega tutto e nulla.

E poi l'altra sequela di “meta-dati” che sono le storie delle coppie in crisi, dell'aumento vorticoso di divorzi (il 60 per cento in Italia) o delle vite dilaniate tra un videomessaggio e un addio. A volte, noi stessi che impaginiamo le notizie e le trasformiamo in articoli e titoli, restiamo col fiato sospeso, con la voglia di cercare le ragioni. Il primario stressato di Montichiari che pare abbia ucciso alcuni suoi pazienti per liberare posti in reparto (ma sarà mai possibile?); i sacerdoti che a detta della rivista cattolica “Il Regno” sono a loro volta in preda alla crisi della solitudine; i ragazzi e le ragazze che sono fuggiti di casa... Un universo di infelicità da coronavirus che sembra ingigantirsi con il passare dei mesi.

Ma se queste sono le storie che finiscono ai Tg e sui giornali e sui social, ce ne sono tante altre che non conosciamo ma che sentiamo sulla pelle come brividi, quando incrociamo gli sguardi assenti, le parole a metà, il grido soffocato di chi non respira più, anche senza aver contratto il virus. Case ancora illuminate con gli alberi di Natale mai tolti, forse in attesa di una rinascita. Case desolate dalle perdite o da ciò che abbiamo perduto tutti: la libertà, la condivisione vera e non virtuale, l'abbraccio senza gomito, la risata con droplets, la tavolata senza amuchina, il concerto di massa, il cinema d'assembramento, l'orchestra di fiati sul palco da applaudire tutti insieme, con trasporto. Sembrano particolari infimi di fronte all'immane tragedia sanitaria ed economica che abbiamo davanti, ma non è così. Perché, inutile negarlo, ricchi o poveri, tutti abbiamo perso qualcosa.

Le meta-vittime sono quelle di cui non si parla, perché il loro dolore è tutto dentro ed è questa la sfida: comprenderlo e combatterlo. Superare le barriere dell'agonia globale, soffocando la rabbia e guadagnando la pace. Non è facile, ci mancherebbe.

Ma anche nella pandemia si può trovare un frutto, chissà. Un libro semplice e leggero uscito in estate, dal titolo evocativo “14 giorni”, scritto da Ivan Cotroneo e Monica Rametta (per La nave di Teseo) racconta la terribile e ironica quarantena di una coppia che sta per separarsi ma è costretta a passare 14 giorni chiusa in casa, tra le liti e il pane da cuocere, tra il disamore e la ginnastica sul tappetino. Ora dal libro è tratto un film e speriamo che sia conservata una frase-dedica che vale tutto il racconto. La scrivo qui perché forse, può aiutare a capire che nel mare di difficoltà, ognuno di noi può trovare una strada, un modo per innescare un sentiero positivo (parola grave di questi tempi!) o almeno risolutivo. Ebbene, il libro si chiude con una separazione tramontata grazie alla pandemia ed è dedicato «a tutte le coppie che si sono lasciate senza la possibilità di avere 14 giorni di quarantena per capire se ne valesse veramente la pena». Nella clausura, a volte, può anche capitare di rinascere. E di sperare.

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