Giovedì 23 Settembre 2021 | 10:52

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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«Vi racconto il mio Natale da ammalato di Covid -19»

Il mio calvario con il Covid è cominciato la mattina del 17 dicembre di questo indimenticabile 2020, quando decisi di fare il tampone antigenico, dopo un persistente mal di gola e un collega costretto al ricovero in Terapia intensiva qualche giorno prima

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Eparina, emogas, antivirali e poi cortisone, elettrocardiogramma e tanta, tanta buona volontà. Il mio incubo Covid ha le spoglie grigie di una cameretta di Malattie infettive al policlinico di Foggia. Il personale è inappuntabile, sono tutti molto disponibili: dai medici, agli infermieri ai sempre sorridenti Oss (operatori socio-sanitari).

Sono gravati da pesanti tute che sono forse il vero supplizio di per chi è costretto a lavorare qui dentro. Tute non traspiranti, che li obbligano ad autentiche immersioni nel proprio sudore: così se noi pazienti viviamo l’esistenza dell’isolamento e sogniamo di immaginarci un mondo là fuori come lo abbiamo lasciato, gli angeli della corsia hanno un’altra pena da espiare. Ma lo fanno con il sorriso.
Il mio calvario con il Covid è cominciato la mattina del 17 dicembre di questo indimenticabile 2020, quando decisi di fare il tampone antigenico, dopo un persistente mal di gola e un collega costretto al ricovero in Terapia intensiva qualche giorno prima. Stavo bene, mi sentivo bene al punto che - informate tutte le persone a me vicine e che avevo frequentato nei giorni precedenti - avevo ripreso a svolgere la mia vita di sempre, ma isolandomi un po’ di più dai miei cari e cominciando a curarmi con il mio medico di base.

La situazione è precipitata il 23 dicembre al mattino, quando forti dolori intercostali mi costringevano a chiedere l’intervento del 118. È un virus subdolo, non conviene sottovalutarlo: farsi curare a casa non è facile, a me non sarebbe servito. Sono arrivato in ospedale con una saturazione dell’ossigeno in progressivo cedimento. Intervento massivo al pronto soccorso prima e poi in reparto. Mi hanno quasi ripreso per i capelli. Non ho avuto bisogno della terapia intensiva, per fortuna, ma solo perché non presentavo comorbilità di sorta. Esorto chiunque a prestare attenzione a tutti i nostri comportamenti, ma poi se penso a come abbia fatto io ad ammalarmi ammattisco dalla curiosità di scoprirlo. La mascherina sempre al suo posto, il distanziamento rigoroso, una vita di semi-clausura da quando siamo costretti a campare nel nostro quotidiano lockdown hanno fatto parte del mio rigoroso quotidiano. È difficile dare consigli, non facciamoci maestri. Di questa esperienza mi resta però il sapore acre di giornate trascorse senza poter incontrare nessuno e le sofferte esortazioni dei tuoi cari che cercano di alleviare giornate molto tristi. Ma voglio chiudere con un sorriso: quello di tanti operatori sanitari che lavorano senza risparmio e che si affezionano ai loro pazienti. Con molti di essi ormai siamo diventati quasi confidenti, in questi reparti c’è gente che prende l’auto tutte le mattine da luoghi diversi per venire a svolgere il proprio lavoro in un quadro simile. È molto pesante la loro condizione psicologica, così come lo è star qui dentro per molti di noi. Mi conforta pensare che ne usciremo tutti, prima o poi. E che le immagini del vaccino siano al fondo soltanto la speranza in cui dobbiamo credere.

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