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L'editoriale

Gli effetti collaterali della pandemia nel Belpaese

Gli effetti collaterali della pandemia nel Belpaese

Tutti contro tutti. Opposizioni contro governo. Governo contro Regioni. Regioni contro governo. Per non parlare delle innumerevoli risse in tv, sui sui giornali e soprattutto sui social

18 Ottobre 2020

Giuseppe De Tomaso

Il più delle volte guerre ed emergenze varie uniscono o fortificano una nazione. Altre volte, però, i medesimi imprevisti possono produrre effetti contrari: liti, recriminazioni, lacerazioni, rotture. Di sicuro, dopo l’apparizione del fatidico «cigno nero», nulla rimane più come prima. Sarà così, anche stavolta, per l’Italia, l’Europa e il mondo, a causa del Coronavirus? Pensiamo, anzi temiamo, proprio di sì. Almeno per lo Stivale.

Il primo tempo della pandemia aveva lasciato ben sperare sulla tenuta psicologica, sociale, economica, politica e istituzionale del Belpaese. Nonostante qualche sbavatura dettata dalla novità della sfida sanitaria, governanti e governati avevano dato prova di un insospettabile senso di responsabilità. Col passare delle settimane, però, il senso di responsabilità si è via via smarrito per strada, tanto che oggi il secondo tempo della pandemia - già previsto per l’autunno dagli esperti più accreditati - si presenta più rischioso del primo round, anche perché - nel frattempo - il tasso di litigiosità è cresciuto a dismisura. Né può consolare la constatazione che anche all’estero non siano rose e fiori e che, dappertutto, i contrasti siano all’ordine del giorno. In Italia la slabbratura del sistema decisionale genera conseguenze più gravi, perché più pesante, nella Penisola, era la situazione effettiva, soprattutto sul piano economico, al momento dello sbarco del virus partito dalla Cina.

Tutti contro tutti. Opposizioni contro governo. Governo contro Regioni. Regioni contro governo. Per non parlare delle innumerevoli risse in tv, sui sui giornali e soprattutto sui social. Litigano persino Cristiano Ronaldo e il ministro dello Sport. La sopraffazione dell’avversario sembra la regola. Prevalere in un’arena televisiva - o, addirittura, pensare di aver vinto - sembra l’obiettivo esclusivo. Il tema della discussione, quasi sempre, retrocede al rango di optional, di accessorio più o meno percepibile.
Il rapporto sempre più conflittuale tra Stato e Regioni costituisce il problema più insidioso.

Già prima della pandemia le Regioni - grazie all’alluvione di competenze riversatasi su di loro dopo la riforma (2001) del Titolo quinto della Costituzione - si atteggiavano a repubblichette, a staterelli indipendenti. Dopo l’invasione del Covid, la tentazione di affrancarsi dallo Stato centrale sembra approdata al punto di non ritorno. Fatto salvo un piccolo particolare: la vicendevole fuga dalle responsabilità allorquando si presenta la necessità di varare una decisione impopolare o controversa. In questo caso, Stato e Regioni giocano a rimpiattino o, se si preferisce, allo scaricabarile, una pratica «motoria» notoriamente più bazzicata del calcetto.
Ma uno Stato unitario non può resistere a lungo alla contrapposizione permanente tra centro e periferia. Storicamente tutte le emergenze contribuiscono a spostare il potere reale dal parlamento al governo e dal governo all’amministrazione. Se poi, come sta avvenendo in questa fase, a questa legge tendenziale si aggiunge il protagonismo di altre istituzioni, e il peso sempre più consistente dei social, il quaderno delle doglianze si allunga e si completa da solo.
E meno male che finora le Regioni non avevano esagerato nel differenziarsi in materia legislativa, preferendo distinguersi solo sul versante gestionale. Altrimenti l’Italia si sarebbe già trasformata in uno Stato-arlecchino. E, però, adesso, non solo per colpa del Covid, ma anche per impulso del Covid, la voglia matta di mettersi in proprio sia sul piano legislativo sia su quello gestionale sta diventando sempre più impetuosa, e ciò in barba alla scarsità dei quattrini necessari per fermare la crescita dei contagi.

Tutti, sul territorio, chiedono poteri, competenze, a meno che certe decisioni non provochino impopolarità presso l’opinione pubblica. In tal caso scatta il rifiuto, o il rimpallo delle responsabilità Ma, poi, esistono davvero i progetti, le strategie per affrontare sul serio un nemico come il Coronavirus? Ad esempio, i soggetti attuatori del Recovery Fund - che per alcuni spiriti insaziabili dovrebbe trasformarsi in un Babbo Natale planetario carico di regali a bizzeffe - dovrebbero risultare le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni. Sono provvisti, tutti questi soggetti, degli staff, degli uffici all’altezza di realizzare progetti degni di questo nome? O la litania delle insuperabili, interminabili, trafile organizzativo-autorizzative, serve come pretesto per coprire le lacune di struttura e di strutture, ossia la carenza del personale capace e competente, quello in grado di saper cogliere tutte le opportunità fornite dall’Europa e dallo stesso serbatoio nazionale?

Ecco il punto. Stato e Regioni si contendono poteri e prerogative, ma non dimostrano altrettanta tenacia e identica volontà nel dotarsi di quel capitale umano, di quella tecnostruttura giuridico-progettuale in grado di realizzare gli investimenti che l’Europa per prima ci sollecita. Servirebbero, soprattutto a livello locale, ingegneri, giuristi, esperti di bandi di gara, servirebbero tecnici che sappiano scongiurare sul nascere gli errori favoriti da ordinamenti e regolamenti di per sé complicati e scritti male. Invece, le amministrazioni italiane, dalle Regioni alle Asl, abbondano di «generci», spesso di faccendieri autentici, e scarseggiano di titolati, di generatori di qualità.
Diciamolo. Se le infrastrutture del Sud sono quelle che sono (scadenti, e spesso inesistenti), non è soltanto colpa di uno Stato distratto (sic). È colpa anche dei limiti di una classe poli-burocratica territoriale, incapace di avere sempre pronto un parco progetti su cui incanalare i fiumi di risorse europei e nazionali. La storia dei fondi comunitari (poco utilizzati) è più istruttiva di mille discorsi.

Si dice. Bisogna imitare il «modello Genova», il modello che ha reso possibile, in meno di due anni, il miracolo della ricostruzione del ponte. Magari. Ma per ottenere questo risultato, occorre rinunciare a pretese, occorre accettare soluzioni commissariali laddove è inevitabile. Occorre, insomma, quella visione condivisa che, in passato, ha generato la rinascita di un Paese dopo periodi traumatici. Occorre.
Occorre l’opposto dell’Italia delle repubblichette e degli staterelli cresciuta finora.

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