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Tempo per invertire la rotta non ce n’é tanto, per cui o si mette in campo un progetto per trattenere su questa terra chi già ci abita e riuscire ad attrarre persone da altre regioni o nel tempo la Basilicata sarà un deserto

Basilicata, una terra, senza più un popolo

Immaginate una regione grande quanto l’Abruzzo (circa 10mila chilometri quadri su cui vivono un milione e 300mila persone), ma popolata come il Molise, che con meno della metà dell’area ha poco più di 300mila abitanti: avete così la fotografia della Basilicata che sarà nel 2060.

L’allarme lanciato dalla Cgil lucana e dal suo centro studi, l’Ires, parte da un dato ferreo: nell’arco degli anni che sono andati dal 2012 al 2019 la regione ha perso il 3,6 per cento della popolazione, mentre il Sud limitava le perdite allo 0,7 e l’Italia cresceva addirittura dell’1,3. Una regione come questa non ha futuro.  

Anche perché il corollario della proiezione è che tra basso tasso di natività (1,15 bambini per ogni donna) e saldo migratorio negativo (ad andare via sono in particolare i giovani) si rischia di arrivare al punto di non ritorno di una terra troppo vecchia per fare figli, troppo vecchia per lavorare, troppo vecchia per attrarre investimenti e persone. E il tutto con i costi di gestione di una casa troppo grande: ambulanze del 118 che devono coprire oltre 10mila chilometri quadri per assistere, oggi, 570mila persone, nel 2060 385mila, strade che devono collegare i 131 comuni sempre più spesso popolati ciascuno solo da centinaia di cittadini, acquedotti che devono snodarsi per chilometri per troppe poche utenze, treni che non giustificano il loro costo con il numero di viaggiatori e via dicendo.

Così, l’allarme che lanciano oggi il segretario generale lucano della Cgil, Angelo Summa, e il direttore dell’Ires Riccardo Achilli ha tanto il sapore dell’ultima chiamata: tempo per invertire la rotta non ce n’é tanto, per cui o ci si rimbocca subito le maniche e si mette in campo un progetto per trattenere su questa terra chi già ci abita e riuscire ad attrarre persone da altre regioni (oggi anche gli immigrati si fermano qui poco e vanno via) o nel tempo la Basilicata sarà un deserto. I lucani, magari, continueranno a esistere nelle leggende, quelle di un popolo che lottava per non diventare una pattumiera, tra progetti di deposito di scorie nucleari, traffici illeciti che (quelli sì) vengono da ovunque, e attività poco rispettose dell’ambiente, e i predatori del territorio avranno mano libera.

Ma provateci voi ad essere lucani: mediamente siete lontani da tutto: dai treni veloci agli aerei, e anche i servizi che ci sono (ospedali, università ecc.) sono lontani per buona parte della popolazione. I redditi medi (quando un reddito c’è) ci dice l’Istat che sono tra i più bassi del Paese. Per studiare sono sacrifici (personali per i ragazzi ed economici delle famiglie) e la Cgia di Mestre ci rivela che dopo aver ottenuto la laurea o il diploma una volta su tre si finisce comunque per fare l’operaio o il muratore, il barista o il segretario. Nel contesto nazionale siamo considerati come il due di coppe con briscola a bastoni al punto che qualche leader politico, in passato, ironizzò anche sui tentativi della regione di farsi conoscere turisticamente in occasione dell’Expo mondiale di Shangai. Insomma ancor prima di chiedersi se qualcuno piangerebbe la fine dei lucani c’è da domandarsi se qualcuno se ne accorgerebbe.

Ma forse la realtà potrebbe essere ancora diversa. Per un popolo, quello lucano, che già oggi annovera due persone che vivono fuori dai confini della Basilicata per ognuno che vive all’interno, forse il destino finale sarà un altro: un popolo senza una terra e una terra senza un popolo. Chi, in Costituzione, aveva previsto la scissione terminologica tra Basilicata e lucani, forse, ci aveva visto lungo. 

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