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Mai come oggi tiene banco, e preoccupa, la questione delle disuguaglianze. Ma la disuguaglianza più temibile è quella della ricchezza o quella dell’istruzione, della cultura? La disuguaglianza della ricchezza viene contrastata dagli stati attraverso il classico strumento della tassazione progressiva (in alcuni casi espropriativa oltre che disincentivante nei confronti dell’impegno lavorativo). E la disuguaglianza dell’istruzione come viene contrastata? Sulla carta tocca alla scuola creare la parità nelle condizioni di partenza tra figli dei ricchi e figli dei poveri.

Nei fatti ciò non accade, vuoi perché il declassamento dell’offerta formativa danneggia proprio i più sfortunati alla nascita, perché i più fortunati in culla hanno in seguito l’opportunità di accedere a corsi di studio più costosi, però più rispondenti alle richieste dell mercato del lavoro; vuoi perché soprattutto oggi nessuna istituzione, a iniziare dalla scuola, possiede l’esclusiva del sapere: chiunque, appena dotato di buona volontà, può istruirsi e formarsi saccheggiando biblioteche cartacee e digitali, o migliorandosi all’interno delle stesse imprese produttive, specie di quelle fondate sul binomio invenzione-innovazione.

Ma non tutti sono disposti a studiare e sgobbare in continuazione per irrobustire il proprio bagaglio di conoscenza. In parecchi preferiscono, purtroppo, concentrare gli sforzi solo per allargare il proprio giro di conoscenze personali, quanto mai preziose, o addirittura indispensabili, nel raccomandificio nazionale. Ma così operando, non solo si rischia di traslocare, per dirla con Luca Ricolfi, dalla società signorile di massa alla società parassitaria di massa; si rischia, anche, di aggravare la vera disuguaglianza, quella dell’istruzione, che è molto più difficile da contrastare rispetto alla disuguaglianza dei beni materiali. Per dire. Quando la buonanima di Nino Andreatta (1928-2007) sosteneva che aveva creato più disparità sociali Paolo Cirino Pomicino che Ronald Reagan (1911-2004), simbolo della concezione liberista, a questo si riferiva: agli effetti spesso perversi della redistribuzione assistenziale, che finisce indirettamente per allungare il divario tra possidenti e non possidenti di ricchezza immateriale, l’unica ricchezza che davvero conta in un mondo sempre più concorrenziale, nonostante i tentativi di fermare la globalizzazione a colpi di anatemi e insulti vari.
continua dalla prima

Già prima che la crisi finanziaria del 2007-2008 e la crisi sanitario-economica del 2019-2020 mettessero a nudo i limiti del sistema Italia, che, va ricordato, per non collassare deve sempre sperare nel buon cuore della signora Christine Lagarde (Bce), finora sempre sulla scia di Mario Draghi nell’acquisto dei titoli del debito pubblico italiano, il Belpaese manifestava un’arretratezza culturale (a cominciare dai risultati scolastici) davvero imbarazzante. Presto, però, la questione potrebbe rivelarsi addirittura allarmante, dal momento che una larga fascia della Penisola sembra contagiata da un virus assai più pericoloso del Covid sbarcato dalla Cina: il virus dell’anti-modernità, che poi corrisponde al virus dell’incultura, dell’ignoranza.

A onor del vero, non è solo colpa della classe politica se in Italia livello culturale e livello professionale spesso non coincidono. Il più delle volte è colpa della cosiddetta borghesia degli affari, delle prebende, più attenta all’immediato godimento materiale che alla duratura elevazione immateriale. Ma ciò non toglie che se un Paese vuole crescere, la cultura costituisce il lievito più sperimentato. Lo insegna la storia - avvertiva il sociologo Max Weber (1864-1920) -, è la cultura a fare la differenza nello sviluppo economico delle nazioni.

È sufficiente riaprire qualche libro: tutti i periodi di spettacolare boom economico hanno coinciso con altrettanti strepitosi periodi di super-fervore culturale. La Firenze rinascimentale è l’esempio più fulgido in proposito. Ma altri esempi si potrebbero citare a iosa. A Firenze si realizzò quel clima, positivo, competitivo ed eccitante, che già il filosofo greco Aristotele (384-322 avanti Cristo) aveva definito di «risonanza creativa», riferendosi all’eccezionale produttività di pensiero verificatasi nell’antica Atene.

Fino a tre-quattro secoli addietro la Cina dava punti a tutti nella produzione di macchine da lavoro, ma all’improvviso l’Europa, grazie a un «processo di accumulazione continua» di saperi, istruzione e cultura, effettuava il sorpasso e realizzava la rivoluzione industriale (oggi le parti sembrano di nuovo rovesciate, ma non è detto).
Comunque. Funziona così da sempre.

Ora. In Italia si discute di tutto tranne che del nesso inscindibile tra istruzione e sviluppo. Non a caso a scuola il come insegnare è ritenuto più importante del cosa insegnare. Il che la dice lunga sul peso (modesto) attribuito al settore più importante per la crescita del Paese e del Mezzogiorno in particolare. Ma non è finita. L’attenzione verso la disuguaglianza degli averi materiali a scapito della disuguaglianza degli averi intellettuali (poi propedeutici degli averi economici) rischia di alimentare una spirale perversa: sempre più redistribuzione assistenziale per ridurre le povertà, ma sempre più povertà generale favorita dalle disuguaglianze nell’istruzione.

Servirebbe un programma di alfabetizzazione nazionale per la modernità, sulla falsariga (mutatis mutandis) di quello affidato in tv al bravissimo docente Alberto Manzi (1924-1997) che, negli anni Sessanta, con la trasmissione «Non è mai troppo tardi», scolarizzò milioni di italiani.

Ma servirebbe anche la predisposizione, la collaborazione della gente comune, specie di quella più provvista di mezzi finanziari. Invece, la resistenza al cambiamento e al nuovo sembra la pratica più condivisa in larghi strati della popolazione. Ad esempio: a che serve invocare la banca telematica, digitale, se poi è tuttora indistruttibile la nostalgia verso la banca tradizionale, cartacea?

Attenzione, perciò. A furia di dire no, o di resistere alla modernità, cioè all’istruzione, le disuguaglianze si moltiplicheranno senza freni. Ma sono discorsi che, purtroppo, non fanno molta audience.

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