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Il Parlamento recuperi sùbito il proprio ruolo

Ci sono tematiche che si ripropongono ciclicamente. Una di queste è la ricerca dell’equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Quando si coltiva l’idea che diminuendo la prima si accresce il valore della seconda si commette un doppio errore. Un errore di sottovalutazione del ruolo delle assemblee elettive e di sopravalutazione della funzione esecutiva, specie quando essa viene immaginata come processo che si sviluppa indipendentemente dalle ragioni della stabilità di attori politici, regole e strutture democratiche e a prescindere dall’efficacia decisionale.

La sintesi possibile tra le esigenze della rappresentanza e quelle della governabilità dovrebbe essere individuata nella trasformazione delle domande di policy in decisioni sensibili all’orientamento maggioritario così come emerso dalle urne e così come condizionabile dalla prospettiva diacronica di medio e lungo termine. Tutto ciò, sapendo che – lo sottolineava già molto tempo fa Sartori- la rappresentanza politica non sempre ha piena attinenza con la rappresentazione sociologica. E viceversa. La situazione emergenziale ha comportato, almeno in relazione alla Fase 1 e alla Fase 2, il conferimento di poteri straordinari al governo, ma pensare che questo approccio possa essere elevato a paradigma e che diventi sistematico è operazione pericolosa. Per molti motivi. E indipendentemente, peraltro, da chi si assume la responsabilità di guidare il Paese.

La “de-parlamentarizzazione” dell’agire deliberativo pubblico non è fenomeno recente e non è imputabile esclusivamente all’attuale esecutivo. Molti presidenti del consiglio -che tutti erroneamente chiamiamo premier per convenzione giornalistica anche se in base ad una scelta semantica che non ha alcun fondamento costituzionale- hanno reclamato più potere, maggiore flessibilità ed autonomia. Nel recente passato abbiamo visto governi ricorrere con molta naturalezza all’abuso di decreti legge e maxiemendamenti. Abbiamo preso atto della determinazione a porre ripetutamente questioni di fiducia e generare leggi delega ispirate da indeterminatezza più che dal suo contrario. Da anni stiamo verificando quanto sia difficile tenere separati il potere esecutivo dal potere legislativo: il discorso vale anche in relazione a quello giudiziario.

La gestione dell’Italia post-Covid, tuttavia, incoraggia una presa di coscienza più decisa dei rischi e delle opportunità di questa condizione fattuale, con l’intento di evitare che il parlamento si limiti ad espletare un ruolo di semplice ratifica di decisioni maturate altrove, per giunta su materie di estrema rilevanza per la collettività come la salute e l’economia o come il rapporto con l’Europa. Da un lato pesano le ragioni della tempestività e della flessibilità delle scelte politiche, spesso incompatibili con la lentezza e la rigidità di certe procedure e soprattutto con l’urgenza dei molti problemi da affrontare e risolvere. Dall’altro pesa la necessità di ripristinare, ora più che mai, la funzione parlamentare in relazione ai suoi aspetti più strutturali: durata della legislatura; composizione delle assemblee; bicameralismo ed “articolazione operativa”, come si dice nel gergo specialistico; attività di presidente, aula e commissioni (permanenti e non); contributo dei gruppi parlamentari e dei partiti; rapporto tra maggioranza e opposizioni.

Il parlamento ha una funzione polivalente, essendo strumento utile all’esercizio nel concreto del principio della sovranità popolare. Ha il diritto-dovere di intervenire in tutti gli stadi del processo politico in base ai singoli contesti, sapendo che i compiti da assolvere sono sostanzialmente quattro: rappresentanza dell’elettorato attivo; legislazione, ovvero elaborazione di norme di carattere generale; controllo del potere esecutivo attraverso strumenti ordinari (interrogazioni, interpellanze, inchieste) e straordinari (come la revoca della fiducia) che conferiscono rilevanza alle opposizioni; legittimazione della forma di governo. La conciliazione tra le due esigenze esposte in precedenza è percorso praticabile solo se si ricorre al buon senso e ad una buona dose di pragmatismo. E solo se in tutti fa premio la consapevolezza che davanti a situazioni di crisi come quelle definite dalla pandemia da Covid-19 la compresenza di approcci politici e culturali diversi e la cooperazione decisionale diventano garanzia di maggiore aderenza dell’agire deliberativo alle specificità dei dossier. Per contrastare l’emergenza economica e sociale alla quale stiamo andando incontro serve collaborazione tra le diverse forze politiche.

A maggior ragione in presenza di spinte centrifughe tra e dentro gli schieramenti. Collaborazione che deve maturare e perfezionarsi più all’interno delle assemblee elettive che sui media. Prendiamo ad esempio il dibattito sul Mes: un conto è il voto formale in parlamento, altro è fare interviste (tattiche) con l’intento di comprare tempo o di acquisire rilevanza politica anche senza grande consenso elettorale. Gli Stati generali di Villa Pamphilj si sono conclusi ormai da una settimana, ma ancora non c’è stato l’incontro tra Conte e la delegazione del centrodestra. Un errore al quale rimediare subito. Non sfuggirà né che la Lega di Salvini alle ultime elezioni (quelle europee) è risultata la prima forza politica italiana, né che il rassemblement Lega–Fratelli d’Italia-Forza Italia risulta essere maggioranza nel Paese, stando a tutti i sondaggi.

Il quadro che qui si sta delineando si rende ancor più critico se consideriamo, come ha fatto Luciano Violante parlando su Repubblica del depotenziamento del sistema parlamentare, che il ministro dell’Economia con un proprio atto amministrativo ha il potere di spostare discrezionalmente risorse dall’una all’altra voce del cosiddetto “decreto Rilancio”, persino in deroga alla legge approvata da Senato e Camera. Questione che non può considerarsi risolvibile con la sola disponibilità del Governo ad acquisire il parere non vincolante delle commissioni competenti. Senato e Camera lavorino tutta l’estate e non vadano in ferie. Darebbero un chiaro segnale ai cittadini, anche se chi scrive è convinto che per ridurre i fattori di squilibrio sedimentatesi negli anni tra potere esecutivo e potere legislativo non basti solo porsi il problema della quantità dell’attività parlamentare, ma soprattutto della sua qualità. Si tratta di un tema di metodo e di merito che presenta ricadute inevitabili anche in ordine alle scelte da compiere in materia di legge elettorale. Sempre che si voglia che il voto dei cittadini conti ancora qualcosa.

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