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L’Italia e l’Europa. Le imprese sono la soluzione, non il problema

Gli europei dovrebbero combattere insieme sul medesimo fronte, visto che il nemico virus, ancorché invisibile, è comune a tutti

L’Italia e l’Europa.  Le imprese sono  la soluzione, non il problema

Mai l’Italia e mai l’Europa si sono trovate, come adesso, sul punto di deragliare. Insieme. Già da prima del coronavirus, l’Italia era l’anello debole dell’Unione. Ora che l’Europa sta attraversando il periodo più drammatico della sua storia recente, la debolezza del Belpaese si è aggravata fino al punto che scommettere su una sua rapida ripresa economica costituisce un azzardo da inguaribili ottimisti. Anche perché il Vecchio Continente, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, e a volte neppure di queste, è piuttosto lontano dal seducente spirito unitario di qualche decennio addietro.

Basta poco perché possa saltare tutto. Berlino, osserva preoccupato Romano Prodi, già presidente della Commissione, ha perso fiducia nell’Europa. L’Alta Corte tedesca ha messo in dubbio gli acquisti della Bce, ossia quella linea Draghi che ha consentito, finora, all’Unione di non esplodere in mille pezzi, come un cristallo impazzito. Certo, l’Alta Corte tedesca non è il governo di Berlino, ma non è nemmeno un club di amici della domenica. Esprime un sentimento assai diffuso nell’Europa del Nord: provveda l’Europa del Sud, attraverso politiche di rigore, di risparmio e di utilizzo delle sue risorse private, a mettersi in regola con tutti i trattati comunitari. Punto.

L’Italia, che è la nazione più rappresentativa dell’Europa mediterranea, non fa molto per attenuare lo scetticismo (diciamo) dei falchi di casa nelle capitali dell’Europa nordica. Già Mario Draghi, cui si deve la sopravvivenza dell’euro e dell’Unione, dopo le prime preoccupanti scosse di una decina di anni fa, si era raccomandato un giorno sì e l’altro pure, presso il suo Paese di provenienza, di accelerare il programma di riforme sistemiche che avrebbero ridato gas all’economia e frenato l’ingombrante macigno del debito pubblico. Invano. Anziché fare quadrato attorno all’ideale europeo, l’Italia più autarchica ha cominciato a picconare l’edificio unitario, progettato ed eretto dai leader degli anni Cinquanta, fino al punto da auspicarne di fatto il crollo finale. Del resto è inevitabile: se all’Europa si chiede la luna, come fanno diversi filoni populistico-sovranisti, vuol dire che ci si prefigge l’obiettivo di farsi cacciare. Il che equivale a voler uscire dall’euro e dall’Unione.

I filo-europeisti stanno facendo il massimo per riprendere in mano il bandolo della matassa europea e non lasciarlo nelle mani di quanti non vedono l’ora di spezzarlo definitivamente. Infatti, sia pure con difficoltà, si continua a tessere e a irrobustire la tela. Ma non è facile, anche perché il coronavirus potrebbe devastare anche il telaio più resistente.

Qualche anno fa, il politologo nippo-americano Francis Fukuyana, così spiegava il malessere che pervade il Vecchio Continente: «Voi europei non sarete uguali, non vi sentirete uniti, finché non verserete il vostro sangue insieme». Fukuyana è celebre per aver sbagliato la profezia più ardita di tutti i tempi, quella sulla fine della storia, una volta acclarata, con la caduta del Muro di Berlino, la vittoria dell’Occidente liberalizzato sull’Est sovietizzato. È vero. Gli europei non hanno mai combattuto insieme, con le stesse divise. Semmai si sono sempre combattuti (specie francesi e tedeschi) e massacrati a vicenda.

Stavolta, invece, gli europei dovrebbero combattere insieme sul medesimo fronte, visto che il nemico virus, ancorché invisibile, è comune a tutti. Purtroppo non sta accadendo, o sta accadendo a strappi o a tappe. Il che potrebbe comportare la seconda smentita di una previsione di Fukuyama, a meno che per conflitto lo studioso non intendesse solo quello tradizionale, militare.
E allora? Se il primo nemico comune è il coronavirus e il secondo nemico (parziale) è il debito pubblico, bisogna agire di conseguenza. Come? La dottrina Draghi non dev’essere un menu à la carte, da cui ciascuno prende ciò che gli piace. Il pompaggio monetario dell’ex presidente della Bce doveva servire ad arare il terreno per le riforme necessarie alla crescita. Invece, si è preferito perdere tempo, e quando è sopraggiunta la pandemia, il conto da pagare è salito alle stelle.

Alle corte. Da ogni crisi si può uscire definitivamente rovinati, spacciati o sorprendentemente motivati, rilanciati. Dipende dalle misure che si approvano. Se si sostengono le imprese, le uniche a poter assicurare produzione di beni e posti di lavoro, non si gettano i denari nel pozzo. Se, invece, si finanziano programmi assistenziali, buoni solo ad alimentare clientele elettorali, addio ripresa, addio crescita.

In Europa ci si guarda e ci si controlla reciprocamente. È vero che a qualche leader del Nord Europa interessa poco del malato (Sud Europa), ma molto di una cura ultraveloce, anche a costo di dar vita a una terapia da choc letale. Ma è altrettanto vero che qui, specie in Italia, non si dà l’impressione di voler puntare su chi è davvero in grado di produrre ricchezza. Non la si dà neppure in un momento di crisi estrema, visto che, incredibilmente, le imprese e la cultura industriale vengono ritenute non la soluzione, bensì il problema.

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