Martedì 02 Giugno 2020 | 14:32

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Università e ricerca sono in buono stato

Tutte le università meritano un plauso per aver velocemente trasferito l’erogazione della didattica in via telematica. Quale era lo scopo? Far rimanere a casa

Università e ricerca sono in buono stato

Nell’emergenza Covid-19 il sistema universitario pugliese si è distinto in tempestività ed efficienza. I numeri lo narrano bene. Tutte le università meritano un plauso per aver velocemente trasferito l’erogazione della didattica in via telematica. Quale era lo scopo? Far rimanere a casa! L’università ha risposto a un dovere civile. A studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo è giusto dire bravi e grazie. L’utilizzo della teledidattica, cosa diversa dall’e-learning, non può essere affidato al gioco della torre: favorevoli o contrari. Necessaria è una più articolata riflessione che parte da una domanda: cosa è l’Università pubblica?

Nell’emergenza Covid-19 il sistema universitario pugliese si è distinto in tempestività ed efficienza. I numeri lo narrano bene. Tutte le università meritano un plauso per aver velocemente trasferito l’erogazione della didattica in via telematica. Quale era lo scopo? Far rimanere a casa! L’università ha risposto a un dovere civile. A studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo è giusto dire bravi e grazie. L’utilizzo della teledidattica, cosa diversa dall’e-learning, non può essere affidato al gioco della torre: favorevoli o contrari. Necessaria è una più articolata riflessione che parte da una domanda: cosa è l’Università pubblica? L’aggettivo ‘pubblico’ è fondamentale. L’Università è una istituzione di ricerca e formazione con una funzione determinante per lo sviluppo del territorio e, mi auguro, dell’interno globo. Le lezioni, quindi, sono solo una parte dell’insieme. Senza tale premessa si offrirebbe una visione un po' antiquata e riduttiva di una realtà complessa e molto articolata. Una complessità data da molteplici saperi, funzioni e anche strutture. Che nelle nostre università, infatti, siano presenti laboratori e biblioteche dove, ad esempio, si studia Covid-19 e le sue ricadute, non è certo sufficiente per bocciare la teledidattica.

La necessaria contaminazione dei saperi potrebbe, invece, sollecitare una risposta: siamo sicuri che allontanare le future generazioni dalle sedi universitarie, tenerli a casa, non penalizzerebbe la loro capacità critica, elemento determinante per saper interpretare la complessità della realtà, con conseguenze gravissime proprio sulla qualità della vita dei cittadini? Qualche dubbio albeggia. Poi c’è un altro aspetto: affidare l’erogazione formativa pubblica a piattaforme private è rispettoso del mandato costituzionale? È opportuno o prudente? Il tema è complesso e insidioso. Qualche anno fa un simile disagio fu registrato allorché si propose la privatizzazione degli acquedotti. Eravamo nella fase in cui, in nome del bilancio, si demandava al privato il compito di sostituire lo Stato nell’erogazione dei servizi.

I più avveduti compresero i rischi e accesero i riflettori sull’imbarazzante deriva del sistema pubblico. Dopotutto, il compito degli intellettuali, dice Kafka, è proprio quello di «uscire dalla fila degli assassini e dare testimonianza». Così prima di ‘sposare’ la teledidattica per la presunta o reale inadeguatezza delle nostre aule, sarebbe bene riflettere sulle ragioni della obsolescenza delle strutture, sulla riduzione del personale e sulle politiche del diritto allo studio prima di fare delle scelte. La semplificazione offerta dalla tecnologia può far inciampare. Risultano utili le analisi del professore Gianfranco Viesti che in alcuni dei suoi lavori, esito di studi e ricerche, illustra bene come negli ultimi decenni ci sia stata una ingente diminuzione dei finanziamenti pubblici per il sistema universitario e anche per la sanità. Beni primari, al pari dell’acqua, in una società civile. Il progressivo definanziamento ha avuto conseguenze gravi, rese ancora più evidenti dall’emergenza Covid-19. Penalizzare la ricerca, la formazione, il diritto allo studio o la sanità pubblica in Italia ha detto Vendola è «un crimine sociale».

Lo Stato ha il dovere, si chiama welfare, di difendere formazione, ricerca e sanità. Che c’entra con la teledidattica? Molto, moltissimo. Ridurre l’Università ad una istituzione di formazione d’asporto per mancanza o inadeguatezza delle nostre aule provocherebbe una ricollocazione e un ridimensionamento del ruolo dell’università pubblica aprendo ampi spazi al privato che ha legittimamente altri fini, cioè il profitto. Ricerca e formazione pubbliche, parti di uno stesso insieme, devono avere un fine comune: migliorare la qualità della vita dei cittadini! Far arretrare lo Stato nella erogazione dei beni primari, è sempre dannosissimo per il futuro democratico del Paese. Altra è la modernizzazione necessaria alle nostre università. L’emergenza, infatti, ha favorito, grazie alla digitalizzazione, lo snellimento di molte procedure amministrative. Nel post-emergenza sarebbe un errore abbandonare tali esperienze. Anzi è opportuno che tutti riflettano sulla necessità, anche normativa, di ricercare nuove forme di modernizzazione per la macchina statale. L’Università pubblica è una realtà ampia, complessa e non un juke box, semplice erogatore di lezioni. Semplificare questioni complesse può banalizzare la realtà. Una via spesso battuta dai populisti.

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