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Decrescita (in)felice: l’infodemia si è fermata

Prima o poi l’incubo del morbo cinese resterà solo uno spiacevole ricordo. Ma se, invece, farà strada l’idea della «decrescita felice» l’incubo della penuria e della miseria potrà durare chissà quando

Decrescita (in)felice: l’infodemia si è fermata

Le infezioni da coronavirus non si contano. Ma anche le lezioni da coronavirus non sono sporadiche. Anzi. Ne citiamo solo una: l’inevitavibile tramonto di ogni programma politico-economico di «decrescita felice». È vero che molte idee hanno la testa più dura del granito, ma l’immagine spettrale di molte città, unita allo stop di parecchie attività lavorative, dovrebbe indurre anche gli ultrà più indomiti del decrescismo a prendere atto che non esistono «decrescite felici» e che ogni decrescita, lo lascia intendere il vocabolo-ragionamento stesso, non può che essere infelice. Se poi di infezione in infezione l’epidemia dovesse sfociare in carestia - Alberto Mingardi l’altro ieri ha esorcizzato l’ipotesi, ma ha cercato di aprire gli occhi al partito trasversale anti-Pil -, il disastro sarebbe completo.
Una cosa appare chiara, però. Auspicare l’avvento della «decrescita felice» significa disegnare, volontariamente o involontariamente, un’esistenza, un treno di vita simile a quella che stiamo affrontando in queste settimane. Tutti fermi, o quasi. Tutti limitati nella propria libertà. Tutti privati di quegli agi che hanno reso la vita mille volte più lunga, più comoda e più sicura di quella dei nostri antenati.

E meno male che grazie alla scienza e alla tecnologia è stato possibile abbattere le distanze e le barriere tra le persone, consentendo a quest’ultime di comunicare in ogni momento o di continuare (in tanti) a garantire la propria prestazione professionale da casa. Altrimenti, per ciascuno di noi il dolore da coronavirus sarebbe più tremendo di quello provocato dall’urto di un Tir.

E comunque bisogna riconoscere che il «sogno» della decrescita non è un «bisogno» recente, visto che lo avevano avvertito anche alcuni filosofi dell’antichità, naturalmente tifosi della «società chiusa» (Sparta) e nemici della «società aperta» (Atene). Tutto nasce dall’eterna, speciosa e immotivata guerra tra mente e denaro e, in particolare, dalla diffidenza, se non dall’ostilità, di numerosi intellettuali verso il mondo della produzione e del commercio. Un atteggiamento, plurisecolare, riassumibile in questo dirompente brano del poeta surrealista francese Louis Aragon (1897-1982): «Ah, banchieri, studenti, operai, servi, voi siete le puttane dell’utile, i masturbatori della necessità. Non lavorerò mai. le mie mani sono pure».

Ma parecchi intellettuali potevano consentirsi posizioni e opinioni così estreme solo grazie a una duplice fortuna: godere di una posizione sociale, per così dire, liberamente fluttuante; poter fare i bohémien con un lavoro stabile (il più delle volte in accademia). Illuminante, in proposito, la confessione dello scrittore ungherese-britannico Arthur Koestler (1905-1983), autore del celebre romanzo anti-staliniano Buio a mezzogiorno: «Nel 1931, quando avevo finalmente raggiunto una certa agiatezza, ritenni giunto il momento di entrare nei ranghi del proletariato».
La linea di molti intellettuali, anche più «contemporanei» a noi, non si discosta tanto dalla scuola dei cinici fondata dal filosofo greco Diogene (412-323 avanti Cristo): condanna del guadagno, non del denaro. Ossia: viva la società immobile, castale, gerarchizzata, in cui l’ozio conserva un valore sociale preminente rispetto al lavoro.

Lo scenario cambia con la rivoluzione industriale, che produce una deflagrazione più clamorosa e incisiva della caduta di un asteroide sulla Terra. È il ribaltone dei rapporti sociali causato dalla rivoluzione industriale ad alimentare la controffensiva culturale di ruralisti e decrescisti, sùbito bollati da Karl Marx (1818-1883) come reperti del Medio Evo. Non a caso la prima ribellione contro le fabbriche realizzate dalla borghesia produttiva viene incoraggiata, se non ispirata, dalla più retrograda e reazionaria nobiltà terriera, spaventata, più del Gattopardo, dalle nuove classi sociali in arrivo: il bottegaio che si arricchisce col commercio, l’artigiano che diventa imprenditore, il professionista che progetta un nuovo servizio di assistenza, l’inventore che dà il via a una nuova filiera di prodotti.
Col tempo nel segno della decrescita si saldano due filoni di pensiero: i nostalgici dell’arcadia, della società bucolica, che provengono solitamente dall’aristocrazia inviperita per la perdita degli antichi privilegi e protesa a recuperare le rendite delle posizioni perdute; e i fautori di una società egualitaristica, ostile alla concorrenza meritocratica e al progresso tecnologico, che ritengono la libertà un bene subalterno all’obiettivo etico che uno Stato può darsi.

Ma siccome la realtà è più imprevedibile di una scommessa al Superenalotto, eccoti, a sorpresa, servito il piatto (magro) della «decrescita felice». Lo vediamo, anzi ne siamo protagonisti ogni giorno, con le limitazioni decise per contrastare il coronavirus. Con una piccola consolazione, bisogna prenderne atto. Prima o poi l’odierno contagio epidemico finirà e l’incubo del morbo cinese potrà restare solo uno spiacevole ricordo. Ma se, invece, faranno strada l’idea, monocratica o l’infodemia culturale della «decrescita felice», l’incubo della penuria e della miseria potrà durare chissà quando. Con la beffarda aggravante che tutto sarà dipeso dalla nostra volontà e non ce la potremo prendere neppure con virus. Un motivo in più, questo, per fare tesoro della prima lezione impartitaci dal morbo cinese: la «decrescita felice» è già tra noi, ma non ci ha reso affatto felici.

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