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La strada giusta per processo penale e prescrizione

Da settimane il discorso pubblico è monopolizzato dalla questione della prescrizione

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Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

La politica è un sistema complesso, specie se le sue logiche intercettano quelle della giustizia. Da settimane il discorso pubblico è monopolizzato dalla questione della prescrizione. Una materia la cui delicatezza deriva da diversi fattori, a partire dal fatto che la sua abolizione, entrata in vigore il primo gennaio scorso, è frutto di una modifica legislativa voluta all’epoca dal governo giallo-verde dai Cinque Stelle e votata anche dalla Lega.
In questi giorni la prescrizione è oggetto di trattativa tra i partiti che sostengono l’esecutivo giallo-rosso. Da una parte, grazie alla mediazione del premier Conte, è stata raggiunta da M5S, Pd e Leu un’intesa che prevede in sostanza che il blocco della prescrizione valga solo per i condannati, in primo e in secondo grado.

Dall’altra c’è la posizione contraria di Italia Viva di Renzi, la quale chiede la sospensione di un anno dello stop alla prescrizione. In mezzo c’è la proposta di Forza Italia che invoca l’abolizione tout court della norma. Posizioni che vanno spiegate e contestualizzate con riferimento non solo agli aspetti tecnico-giuridici, ma anche a quelli strategico-politici.
Diciamo subito una cosa. Evitare che i processi si concludano senza una sentenza è pratica di buon senso. Il problema si innesca quando si passa dalle enunciazioni di principio ai fatti. Ci si chiede come sia possibile rendere compatibile questa esigenza con la necessità di non estendere la pretesa punitiva dello Stato in un tempo indeterminato. Le scienze sociali insegnano che al cambiamento si può arrivare o attraverso il ricorso a processi di tipo evolutivo (esiste anche il darwinismo giuridico oltre quello sociale) o attraverso la soluzione di conflitti tra interessi contrapposti. Ed è quello che si sta facendo.

Il tema della prescrizione non può essere sganciato in nessun modo dalla riforma del processo penale, visto che il tempestivo e regolare funzionamento della giurisdizione è una delle emergenze del nostro Paese, come ricordato anche dall’Anm. Bene fa il ministro Bonafede a portare oggi in Consiglio dei ministri un pacchetto di misure per affrontare e provare a risolvere questo problema. Pacchetto che prevede tra l’altro il contingentamento dei tempi, l’allargamento dei riti alternativi in chiave deflattiva, la velocizzazione del giudizio di secondo grado. Si tratta di provvedimenti finalizzati alla neutralizzazione dei tempi morti del processo. Alcuni esempi: solo la prima notifica verrà fatta all’imputato, le altre avverranno all’indirizzo del difensore per via telematica; se cambia un giudice del collegio non si fa ricominciare daccapo il processo; termini contingentati per la chiusura delle indagini preliminari con i pubblici ministeri che potranno chiedere la proroga una sola volta e per soli sei mesi in modo tale che, decorso questo termine, si passi alla «disclosure», mettendo così gli atti a disposizione degli indagati. Altra novità della riforma voluta dal Guardasigilli prevede la modifica della composizione del collegio d’appello per i processi che in primo grado si celebrano davanti al giudice monocratico. Attualmente sono tre, ma si propone di arrivare alla presenza di un solo magistrato giudicante. E ancora: provvedimenti disciplinari per chi non rispetta i tempi previsti in ogni fase di giudizio (naturalmente se il magistrato è stato negligente) e per il capo ufficio che non ha saputo organizzare bene il lavoro dei propri colleghi.

La iper-complessità del «dossier prescrizione» deriva soprattutto dalla necessità di approvare un testo compatibile con l’attuazione di alcuni principi costituzionali fondamentali, come quello della presunzione di non colpevolezza e del giusto processo. Quest’ultimo comporta il rispetto rigoroso delle garanzie difensive dell’imputato, la parità tra accusa e difesa, la neutralità del giudice e, appunto, la ragionevole durata del processo. L’intesa raggiunta nella maggioranza prevede che un’eventuale assoluzione di un imputato in secondo grado faccia recuperare il tempo trascorso attraverso la retroattività della prescrizione.

Chiarita qual è la posta in palio dal punto di visto giuridico, restano da affrontare i profili più politici. Quella che si apre oggi è una settimana importante proprio sul versante del rapporto politica-giustizia, atteso che insieme al tema della prescrizione e della riforma del processo penale, sapremo se Salvini andrà o meno a giudizio sul caso della nave Gregoretti. Procediamo con ordine e poniamoci alcune domande. Perché i Cinque Stelle insistono nella difesa del principio guida della riforma della prescrizione? In un momento di oggettiva difficoltà è non solo conveniente, ma anche indispensabile preservare la propria identità. Si spiega anche in questo modo l’annuncio di Di Maio (che continua ad avere il controllo del Movimento) a scendere in piazza contro il pericolo della restaurazione, dovuto al pericolo del ritorno dei vitalizi e dell’annacquamento della riforma della prescrizione. Il frame del cambiamento rimane centrale. Qual è il vero interesse del Pd? Non interrompere l’esperienza di governo. Esperienza che gli consente di amministrare un processo politico edificato su due pilastri: impedire alla coalizione di destra-centro di governare il Paese; provare a garantire la propria permanenza al potere attraverso una collaborazione duratura con i Cinque Stelle. Ipotesi che, sebbene alletti qualche pentastellato, viene considerata da Di Maio impraticabile, poiché farebbe correre al Movimento il rischio dell’annessione, sia pur graduale, e perché indebolirebbe lo schema tripolare.

Cosa Farà Renzi? Difficile dirlo, ma si può fare qualche ipotesi. Il governo non presenterà un decreto legge ad hoc che Italia Viva considererebbe una provocazione. La norma verrà inserita nel «Milleproroghe», la cui fiducia dovrebbe essere approvata anche dai renziani. Attenzione perché il 24 febbraio potrebbe incombere anche la spada di Damocle del disegno di legge presentato alla Camera dal forzista Costa. Il voto segreto rende il controllo dei gruppi parlamentari più difficile.
Quanto al caso Gregoretti, mercoledì l’aula del Senato si pronuncerà sulla richiesta di processo per Salvini. Sarebbero due le opzioni più probabili: astenersi o abbandonare l’emiciclo e non partecipare al voto. «Non ho nulla da temere» ha detto al New York Times il leader della Lega, nel frattempo impegnato nella conquista del consenso dei moderati e nell’accreditamento internazionale. La competizione con Giorgia Meloni si fa sentire, nonostante resti molto alto il delta tra le percentuali elettorali attribuite alla Lega e quelle a Fratelli d’Italia.

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