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Dal tempo di Manzoni ai moderni untori

Il «Corona virus» come gli altri viaggia con noi con le merci, con i mezzi di comunicazione fisica. Ma la paura fa peggio, viaggia con i mezzi di comunicazione, con le voci, con le congetture, con le invenzioni

Lecce, paziente cinese in ospedale con problemi respiratori: paura coronavirus

Manzoni auspicava, con falsa modestia, d’essere letto o, meglio, che a leggere i suoi Promessi sposi fossero venticinque volenterosi intenditori. Che potessero essere intenditori lo si desume dall’attribuzione al gran Lombardo di una falsa modestia del tutto giustificata. Uno che scrive l’«Addio ai monti» di Lucia raminga e terrorizzata, ma non rassegnata alle manovre di Don Rodrigo, uno che inventa il cinematografo prima del cinema creando quella sceneggiatura del commiato della promessa sposa al suo focolare paesaggistico, corredato dal magnifico monologo interiore, ha tutto il diritto del sussiego e di ritrarsi nell’ombrosità del genio con una captatio benevolentiae meticolosamente ragionieristica: venticinque lettori.

Mi è venuto in mente Manzoni in occasione della epidemia scatenata dal «Coronavirus» nel bel mezzo dell’immane subcontinente cinese, ancora denominato Repubblica popolare, già immane cellula del comunismo integralistico, già epocale sfida al capitalismo mondiale, al consumismo planetario e al semplice buon senso. Mi è venuto in mente il Manzoni della Colonna infame, il saggio storico da lui scritto con acutezza serenamente pignola, legato al periodo storico in cui è ambientato il romanzo I promessi sposi. In questo libello di prodigiosa fattura storico letteraria si narra del processo intentato a Milano durante l’anno 1630, anno della terrificante epidemia di peste di cui a lungo si racconta anche nel romanzo, intentato contro i presunti untori. Costoro, per infernale determinazione di inaudita malvagità avrebbero, con misteriose alchimie e per ancor più misteriose ragioni, «unto» la popolazione innocente. Da questa malvagità è attivata la rassegnata disperazione della madre di Cecilia e discende, con la morte di Don Rodrigo, il lieto fine della passione di Renzo per Lucia e la soave rassegnazione alla volontà di Dio di quest’ultima. Padre Cristoforo benedicente. Ma chi fu ad attizzare l’accusa terribile ai presunti untori? Una «donnicciola del popolo» come Manzoni definisce tale Caterina Rosa. L’epilogo è noto: i due presunti «untori», condannati a morte con il supplizio della ruota, lasciarono questo mondo di pettegoli e delatori di invenzioni, in un luogo in cui, a seguito di questa infame soperchieria, fu eretta la «Colonna infame». A monito delle future generazioni.

Tra queste ne albeggiò una e, poi altre, più decise e coraggiose che trasferirono sulla memoria dei giudici perfidi e ignoranti l’aggettivo infame, liberando di quella vergogna la reputazione degli innocenti, il «Commissario di Sanità» Guglielmo Piazza e il povero barbiere Giacomo Mora. È il 1700 inoltrato e i barbieri avranno altre, meritevoli incombenze loro attribuite da Beaumarchais, da Mozart e Rossini.

Oggi suona l’allarme della pandemia, una epidemia che riguarda l’intero pianeta, che viaggia con la velocità che all’interno del pianeta abbiamo inventato per noi, per le merci, per le cose. Ma, anche per gli oggetti del pensiero, per le idee, per le notizie. Per le voci. Il virus, il «Corona virus» come gli altri viaggia con noi con le merci, con i mezzi di comunicazione fisica. Ma la paura fa peggio, viaggia con i mezzi di comunicazione, con le voci, con le congetture, con le invenzioni. Con le falsità. E queste sono attivate dalla malvagità che sola può essere arrivata dell’ignoranza e dalla volgarità. Poi gli untori moderni non esportano i virus, non vogliono contagiare il pianeta con loro, Intendono diffondere la paura, lo spettacolo immane e terribile della paura.
Ma ci sono i medici, i dottori, ci sono gli scienziati, coloro che rispettano il dettato aristotelico che li rende padroni della technè, dell’arte, cioè, che li abilità a padroneggiare molto le scienze. A maggior gloria della civiltà umana. I medici, quelli che negli ospedali, nei laboratori, nelle corsie dei reparti, studiano, confortano, curano, ascoltano. La mania della ipercomunicazione untoriale moderna non li tocca. Calma, invocano calma e riflessione. Il tempo poi, il tempo di studiare, combattere, curare e vincere. Augusto Murri, tanti anni or sono, ammoniva i suoi studenti a Bologna: «Che ci si ammali è naturale, noi dobbiamo curare, guarire quando si può. Amare sempre!». E in questa idea dell’amore c’era la vera natura della arte medica. Poi Murri aggiungeva. «E non state lì a dire e ascoltare sciocchezze». Per la verità, lo scienziato usava un termine più crudo. Ma questo lo uso io per definire i moderni untori che, invece di convincere tutti a lavarsi bene le mani spargono in giro un mucchio di «puttanate».

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