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Fattore debito l’Italia euro-promossa con riserva

L’Europa approva e avverte. Bene l’Italia anti-sovranista, male l’Italia che non fa i conti col debito pubblico

Tre proposte gelide verso l'Europa

L’Europa approva e avverte. Bene l’Italia anti-sovranista, male l’Italia che non fa i conti col debito pubblico. Gira è rigira, è il super-debito il male chiaro del Belpaese. Un male culturale, prima che finanziario. Un male accompagnato da due pretese collaterali: l’idea che anche gli alleati continentali debbano farsi carico del «rosso» italico; la convinzione che il debito generi sviluppo.

Ohibò. Non si è mai visto, nella storia, un governo accorrere in soccorso di un governo amico alleggerendo il proprio portafogli. Così come non si è mai visto uno Stato in piena salute economica, con una crescita da capogiro, per merito delle cambiali firmate dai suoi governanti. Se il debito generasse sviluppo, la Grecia e l’Italia sarebbero leader mondiali nella ricchezza. Il che non è. Certo, il Giappone ha un grosso indebitamento, persino più imponente del nostro, ma colà la pressione fiscale è assai più bassa, la produttività del sistema industriale è assai più alta, due virtù che rendono il Sol Levante di gran lunga competitivo rispetto agli altri concorrenti.
L’Europa non può dirlo chiaro e tondo. Ma si capisce lontano un miglio che non ha gradito le due ultime riforme simbolo dello Stivale: il reddito di cittadinanza e quota cento sulle pensioni. Per certi versi, gli esaminatori di Bruxelles hanno chiuso un occhio.

Se li avessero tenuti entrambi aperti avrebbero dovuto respingere al mittente le ultime manovre economiche, perché in contrato con i princìpi del Fiscal Compact. Ma siccome anche l’Europa è più elastica e flessibile di quanto comunemente si crede, persino i «falchi» dell’eurocrazia si sono trasformati in «colombe». Eppoi: la transizione ai vertici degli organismi comunitari ha anticipato il clima natalizio: vogliamoci bene, comprendiamoci, diciamo sì con riserva ai compiti presentati dal governo italiano e dagli altri discoli della comitiva (non siamo i soli), in ogni caso rinunciamo ad ogni ipotesi di procedura di infrazione nei confronti di Roma.

E meno male. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se fosse scattata la procedura di infrazione? Semplice. Lo spread sarebbe schizzato in alto come un missile. La speculazione idem. Una miscela esplosiva che, abbinata alla vicenda Ilva, indubbiamente non avrebbe giovato alla causa italiana presso gli investitori internazionali, anzi avrebbe rimandato il sistema Italia nel girone infernale già frequentato qualche anno addietro. Meno male che non sia andata così. Meno male che anche l’Unione possiede un cuore.
Ma l’Italia non può né deve approfittarne. Uno, perché non sempre si può incontrare gente comprensiva per strada. Due, perché è in ballo la credibilità di una nazione.

La credibilità è tutto nella vita, figuriamoci in economia. Finora la credibilità italiana è stata intaccata dal retropensiero, attribuito a parecchi nostri leader, di voler scaricare sugli alleati europei, il peso delle scelte allegre fatte nella Penisola. Anche l’idea del Fondo salva-Stati, che dovrebbe svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza a beneficio degli Stati europei in difficoltà, ha già suscitato più di una perplessità presso i rigoristi teutonici che, giustamente dal loro punto di vista, temono che la novità possa spingere i Paesi più spensierati a non correggere le loro costose abitudini, anzi a renderle ancora più onerose (tanto, pagherebbero gli altri Stati, oltre ai soliti contribuenti tartassati).
La questione del Fondo salva-Stati è tutta da vedere, ma l’Italia deve mettere in preventivo quest riserve da parte dei suoi soci europei. In una parola: non possiamo permetterci di fare i furbi, né di fare gli spreconi, né di fare il passo più lungo della gamba, autorizzando spese anziché imponendo risparmi.
Comunque. Pericolo scampato. Nessuna procedura di infrazione. Ma solo inviti pressanti a rivedere la filosofia delle nostre manovre economiche.

Bicchiere mezzo pieno, dunque. Ma ci vuole assai poco a trasformarlo in bicchiere mezzo vuoto. È sufficiente far finta che i richiami di Bruxelles, ma anche di Francoforte, siano solo flatus vocis, e la giostra dell’allegria finanziaria riparte. Ma Mario Draghi, il nostro salvatore provvisorio, non ha mai smesso di ricordarcelo da preside ora indulgente ora severo: se non cambiamo mentalità, che in politica significa varare riforme serie, prima o poi si esce definitivamente fuori pista. Come succede, aggiungiamo noi, al ferrarista Sebastian Vettel, l’unico tedesco che da qualche tempo ha perso la testa.

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