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Il neo ministro è finito sotto i riflettori della critica social per due elementi: non è laureata e ha indossato un abito «appariscente» davanti al presidente Mattarella

Teresa, ovvero l’eleganza dell’anima

Vignetta di Pillinini

Per l’eterogenesi dei fini, Teresa Bellanova, neo ministro pugliese dell’Agricoltura - attaccata in maniera scomposta e virale sui social per la sua mise alla firma al Quirinale e per il suo curriculum - può essere considerata l’esponente del governo Conte con la maggiore visibilità e con un bagaglio di credito (ulteriore) che le arriva dai trasversali attestati di stima ricevuti in queste ore. E visto che dovrà affrontare dossier come la concorrenza nordafricana per il nostro settore agroalimentare e la battaglia contro la Xylella (nemico finora invincibile), l’inizio del suo mandato sembra registrare il sorprendente favore della sorte.

Il neo ministro è finito sotto i riflettori della critica social per due elementi: non è laureata e ha indossato un abito «appariscente» davanti al presidente Mattarella. Da qui è partita una radiografia invadente che non rende giustizia al cursus honorum di un esponente politico di rilievo del Mezzogiorno: è stata bracciante e sindacalista, ha svolto incarichi nei vari partiti della sinistra, fino ad essere parlamentare e poi viceministro con i governi Renzi e Gentiloni. Nell’università della politica - che esiste ma è sconosciuta ai Soloni autoproclamati del web - ha titoli ben superiori ad un surreale master in una accademia Usa.

Il bombardamento della Bellanova si presta anche a riflessione sul costume politico del nostro tempo. Non a caso, Peppino Caldarola, direttore de La Civiltà delle macchine, spiega alla Gazzetta che «ora viviamo in tempi nei quali c’è una idea distorta dello status sociale. Neanche io sono laureato: lavoravo alla Laterza e decisi di interrompere gli studi: per i canoni attuali sarei out…». Poi aggiunge: «Torna una certa idea di rampantismo che si unisce alla debolezza dei partiti, protagonisti spesso di scelte singolari. Ovviamente non mi riferisco a Bellanova. Nel Novecento ogni politico veniva da una storia ben definita, a destra, a sinistra o nel movimento cattolico. Ho avuto come collega in parlamento un deputato dei Ds, coltissimo, si occupava di economia. Eppure non aveva neppure la licenza elementare, ma nessuno lo ha mai saputo».

Sullo sfondo resta il limite, difficile da codificare, della satira. Forattini affrescava il presidente del Senato, il repubblicano Giovanni Spadolini, come una figura boteriana, con un membro quasi invisibile, senza che ci fosse scandalo. Gli attuali meme (immagini goliardiche diffuse virilmente via web) spesso invece offendono. Per Caldarola «quando deridi una persona per la sua fisicità, per l’eleganza o l’ineleganza, stai commettendo una sgarbatezza. Un bravo giornalista o un bravo vignettista dovrebbe fermarsi davanti a certe soglie. La satira ha una sua tradizione nella quale c’è anche la deformazione della fisicità.

Ma il “micropene” di Spadolini faceva divertire il politico, perché Forattini lo disegnava gigantesco. La satira di adesso è dileggio: non si può limitare, ma se non fa ridere non funziona. E la satira sul vestito della Bellanova non fa ridere».

La difesa della Bellanova unisce Caldarola (ex Unità) con Flavia Perina (ex direttore del Secolo d’Italia): «Questo tipo di polemica si è trasformata in boomerang: anche i sovranisti hanno espresso solidarietà alla Bellanova. Qualcuno ha ricordato su Fb che il comunismo è stato abbattuto anche dall’elettricista polacco Lech Walesa. Negli attacchi in rete non ho visto satira ma commenti irridenti».

Ieri il neo ministro dell’Agricoltura ha replicato con humor ai suoi detrattori, sfoggiando una elegante maglia gialla a pois su Twitter. La sua semplicità ha conquistato tutti: in tempi di impersonale politica digitale, ci piace immaginare che per andare da Sergio Mattarella abbia scelto il vestito secondo i canoni antichi delle nostre mamme, con l’emozione di indossare «l’abito per la festa». E poco conta il giudizio di chi si improvvisa arbiter elegantiae: la pugliese Teresa ha incarnato la cifra di una identità politica popolare, dove a risaltare è il colore dell’autenticità contro i pregiudizi. E così ha, una volta tanto, sconfitto i tempi nuovi dell’odio seriale in rete.

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