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L'opposizione come incubo: il potere logora chi non ce l'ha

Lega - 5 stelle una tregua fondata sugli equivoci

Luigi Di Maio (M5s), 31 anni, e Matteo Salvini (Lega), 45 anni

In politica il confine tra potere e strapotere è più sottile di una corda di chitarra. Se, come ricordava Giulio Andreotti (1919-2013) citando il cardinale Prospero Lambertini - successivamente Papa Benedetto XIV (1675-1758) -, il potere logora chi non ce l’ha, viceversa lo strapotere logora chi ce l’ha.

Ogni leader politico, tutte le mattine, dovrebbe chiedersi - soprattutto oggi che la comunicazione è tutto, e sovrasta persino le decisioni - se lui viene percepito dall’opinione pubblica come uomo di potere o come uomo di strapotere. Se viene percepito come uomo di potere, farebbe bene, come suggeriva il Divo Giulio, a fare il possibile e l’impossibile per non perdere lo scettro del governo. Se, invece, il diretto interessato viene percepito come uomo di strapotere, farebbe bene a prendersi una pausa, una vacanza, perché l’abitudine al protagonismo potrebbe logorarlo assai, come succede al ferro attaccato dalla ruggine.

Non è facile, per ogni componente della classe dirigente, giudicare, figuriamoci giudicarsi. Non è facile guardarsi allo specchio e stabilire se la gente ti considera una persona di potere o di strapotere. Ancora più difficile è analizzarsi, sullo specifico, con il distacco dello psicanalista davanti al lettino. Di conseguenza nessuno, forse nemmeno Josif Stalin (1878-1953), si è mai ritenuto un uomo di strapotere. Tutt’al più di potere. E siccome il potere è più sfuggente di un’anguilla, ogni mezzo è lecito per afferrarlo e conservarlo come una reliquia sacra. Altro che provare a distaccarsene per evitare la corrosione da comando.
In Italia, poi, il potere è un vero feticcio. Non a caso, il detto siciliano cummannari è megghiu ca futtiri non ha bisogno di particolari traduzioni ed esegesi, dato che esprime al meglio, già sul piano fonetico, il sentimento nazionale prevalente, da Merano a Lampedusa.

Il potere è un vero feticcio, anche perché bisogna sudare come Gino Bartali (1914-2000) sulle Dolomiti per conquistarlo, ma a volte basta pochissimo, una semplice distrazione o una mossa sbagliata, per perderlo come l’ultimo dei gregari più sfigati. E quando lo si smarrisce, solo un semidio potrebbe ritrovarlo. Ma la mitologia, si sa, serve, è servita a produrre l’Odissea, non Il Principe di Niccolò Machiavelli (1469-1527).

Non sappiamo se Matteo Salvini si ritenga un uomo di potere, bevanda che per molti leader non disseta mai abbastanza. Immaginiamo solo che, di sicuro, come tutti, lui non si ritenga un uomo di strapotere. Di conseguenza avrà riflettuto fino a cento su una scelta - il divorzio da Luigi Di Maio - che avrebbe potuto e potrebbe costargli caro in termini di potere, cioè di fuoriuscita dal governo. Il che, nel Paese più andreottiano del globo, equivale - ricorderebbe il grande Lucio Battisti (1943-1998) - a guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire.

Allora. Premesso che (anche) gli italiani - Ennio Flaiano (1910-1972) docet - accorrono quasi sempre verso gli uomini di potere, e si allontanano dagli uomini (usurati) di strapotere, questa legge tendenziale della politica è davvero a prova di bomba? Bah. In un Paese intriso di statalismo, semiparalizzato dalla commistione tra politica ed economia, dire arrivederci al governo, ossia al potere, potrebbe significare, pure, dire addio a facili orizzonti di gloria. Inoltre, è assai cospicua la folla di cortigiani che si sposta da un aperitivo (partitico) a un altro, confidando di farsi vedere per farsi strada in quello vincente. Il che è più indicativo e attendibile di un radar nella funzione di intercettare e prevedere i nuovi flussi del consenso elettorale.
Ma mai come ora non è facile scegliere la via più vantaggiosa, anche quando il protagonista del momento viene dipinto solo come uomo di potere, e non di strapotere.

C’è uno scoglio, in Italia, sulla navigazione di questa legislatura, uno scoglio più ingombrante di dieci variabili indipendenti. Questo scoglio si chiama economia. Chi si assumerà la responsabilità di introdurre nuove tasse? Chi si assumerà la responsabilità di firmare una legge di bilancio che, a differenza di Babbo Natale, non porterà doni, semmai imporrà salassi agli italiani?

Probabilmente lo strappo di Salvini dopo il no al Tav da parte del M5S era dipeso dalla paura di dover affrontare una sessione di bilancio più complicata e rischiosa di una discesa aerea senza paracadute. E così, garantito dall’ok di Nicola Zingaretti al piano di nuove elezioni, il Capitano leghista ha ritenuto opportuno forzare la mano, prendendo di mira Palazzo Chigi e lo stato maggiore pentastellato. Ma lo scenario è mutato in un istante. Il Pd, dopo il blitz anti-voto di Matteo Renzi, ha apparecchiato il tavolo per invitarvi il M5S, ergo l’ipotesi di sciogliere le Camere si è allontanata in fretta dai cannocchiali di Montecitorio, tanto da ricondurre Salvini davanti al bivio più atroce: passare all’opposizione nella speranza che la nuova coppia M5S-Pd si sfaldi alla prima occasione o non congedarsi dal governo Conte, perché mollare il potere potrebbe provocare il più clamoroso tra gli autogol? Se Salvini avesse la certezza che Pd e M5S litigherebbero subito, non esiterebbe un nanosecondo: un breve tratto all’opposizione gli darebbe, per così dire, altre dosi di testosterone. Ma siccome questa certezza non è preventivabile, anzi tutto lascerebbe intendere che gli indomiti avversari di ieri si trasformerebbero nei comprensivi alleati di domani, tanto vale allora fermare la carovana dell’addio al governo e impartire l’ordine del dietrofront.

Gira e rigira, la questione è sempre quella: lo strapotere logora, ma il potere no. Non logora, la permanenza al potere, anche se dovesse comportare altri pesanti sacrifici per i governati. Il che, ovviamente, non vale solo per la Lega, ma per tutte le espressioni politiche del Belpaese.

Ecco. L’Italia sarà una nazione normale quando la prospettiva dell’opposizione non sarà uno spauracchio, una maledizione, bensì una fortuna, una benedizione. Ma siccome l’Italia, tutta intera, non solo nell’attività politica, è ossessionata da tre sillabe (po-te-re) più seducenti di una starlet hollywoodiana, il traguardo della desacralizzazione del potere è addirittura più lontano della riduzione del debito pubblico.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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