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Quel faro del Quirinale nella crisi più anomala

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I Costituenti si guardarono bene, nel secondo dopoguerra, dall’introdurre, in Italia, il modello presidenziale, che pure era sponsorizzato da personalità dell’antifascismo del calibro di Piero Calamandrei (1889-1956) e Leo Valiani (1909-1999). I Costituenti, si sa, optarono per la repubblica parlamentare. E meno male. Non soltanto perché era ancora fresco il ricordo della dittatura mussoliniana, ma anche perché - come la storia s’incaricherà di dimostrare - le repubbliche presidenziali sono più insidiose di dieci cesti di vipere: se sono dotate di validi meccanismi automatici di pesi e contrappesi possono funzionare come i sistemi nordamericani.

Se invece non sono provviste di provvidenziali, collaudati meccanismi di garanzia, sfociano quasi sempre in soluzioni di tipo sudamericano. E siccome l’Italia è l’Italia, una nazione dove il motto «tengo famiglia» surclassa ogni altra aspirazione individuale/universale, il pericolo di svoltare verso l’Argentina, anziché verso gli Usa, in caso di elezione diretta del Capo dello Stato, si sarebbe rivelato tutt’altro che immaginario.

Ciò non significa che i Costituenti siano stati così sprovveduti da lasciare senza timoniere la democrazia italiana nelle delicate fasi di crisi o pre-crisi di governo. Anzi.

Se, nei periodi di normalità politica, tutto si può dire del Paese reale e legale tranne che sia attraversato da pulsioni presidenzialistiche, nei periodi di eccezionalità politica (crisi ufficiali e ufficiose), il ruolo e la figura del Capo dello Stato assumono un peso particolare, di gran lunga superiore a quello registrato nelle stagioni ordinarie. Il giurista Giuliano Amato, con felice espressione, ha definito «a fisarmonica» i poteri del Quirinale.

E qual è il compito principale del presidente della Repubblica quando è richiesto il suo intervento di indirizzo, quando è invocata la sua moral suasion risolutiva? Uno soltanto: richiamare tutti al rispetto della Costituzione. E cosa stabilisce la Costituzione? La Costituzione stabilisce che l’Italia è una repubblica parlamentare, di conseguenza le maggioranze di governo devono formarsi nelle assemblee legislative.

Si obietta che spesso le maggioranze parlamentari non corrispondono agli umori del momento nel Paese e che, quando ciò si verifica, bisognerebbe correre sùbito ai ripari. Ma se si prendesse alla lettera questa considerazione, questa verità, gli italiani dovrebbero essere richiamati alle urne tutte le volte in cui un sondaggio o un’elezione parziale fotografano uno scenario politico diverso da quello disegnato dalle consultazioni politiche di riferimento. In pratica, gli italiani, alla luce anche dell’estrema volatilità dei loro orientamenti, stazionerebbero sempre nelle cabine elettorali. Il che condurrebbe il Paese in una condizione di paralisi permanente. La libertà - sottolineano i filosofi che più la difendono - può morire per difetto, ma anche per eccesso di democrazia, specie se e quando la democrazia si trasforma in rappresentazione, in parodia di se stessa.

L’Italia è una nazione singolare. Primo, perché la sua classe politica tende a dimenticare che la Costituzione è omogenea e funzionale a un sistema elettorale proporzionale, piuttosto che maggioritario. Secondo, perché quando si varano riforme di natura maggioritaria, si continua a ragionare come se fosse ancora in auge l’assetto proporzionale, mentre quando si ritorna al criterio proporzionale si seguita ad agire sulla base del principio maggioritarista.

Oggi l’Italia ha regole del gioco, per l’accesso al Parlamento, in larga parte proporzionalistiche, anche se questa evidenza sfugge a molti protagonisti del teatro politico. Di qui la difficoltà di quadrare il cerchio, operazione che solo un presidente come Sergio Mattarella, raffinato conoscitore e interprete della Costituzione, potrebbe condurre in porto a beneficio dell’interesse generale.

Elezioni anticipate? Governo provvisorio? Governo di legislatura? Governo della non sfiducia? Governo istituzionale? Governo tecnico? Replay del governo Conte? Le ipotesi si sprecano, anche perché le posizioni dei leader e dei partiti non appaiono stabili come le tavole di Mosè.

L’unico in grado di valutare i pro e i contro di una decisione, in grado di pesare gli effetti di un periodo di incertezza sulla stabilità dei conti pubblici, è il presidente della Repubblica che, per fortuna, in situazioni come quella in atto, oltre a rappresentare il simbolo del Paese, ha pure l’opportunità di presidiare la strada da seguire, secondo le direttive della Costituzione.

La cultura morotea di Mattarella costituisce un ulteriore elemento di garanzia. Aldo Moro (1916-1978) era l’uomo delle soluzioni più originali, da cui nessuno usciva mortificato o emarginato. La qual cosa lo portava ad essere il règolo della vita pubblica. Oggi Mattarella si trova in una condizione pressoché analoga, anche se la titolarità della suprema carica dello Stato lo obbliga alla massima riservatezza. Specie in un questa fase di crisi non crisi e di colpi di scena a ripetizione, una sequenza sconosciuta persino agli attori e registi della Prima Repubblica.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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