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Non sorprende quello che accade all’ospedale di Monopoli. Furbetti del cartellino, lì come al Cardarelli di Napoli, come all’ospedale di Molfetta qualche giorno prima

sanità

Il paese è piccolo e la gente mormora. Ma, fatta salva la presunzione d’innocenza, non sorprende quello che accade all’ospedale di Monopoli. Furbetti del cartellino, lì come al Cardarelli di Napoli, come all’ospedale di Molfetta qualche giorno prima.

Sembra un’epidemia ma il virus che l’ha provocata è ben conosciuto, solo che si fa finta sia assolutamente ignoto. Torna comodo a tanti. Agli amministratori regionali soprattutto: scelgono loro i dirigenti dei reparti, una volta più banalmente conosciuti come primari. Peccato che i criteri di valutazione, se formalmente ineccepibili, difficilmente premiano i migliori. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, difficile dissentire: un progressivo sprofondare verso una sanità pubblica sempre meno di qualità e sempre meno pubblica. Nonostante i politici parlino sempre di straordinarie eccellenze locali e di una sanità di tutti e per tutti. Poi, però, ottenere una visita in tempi ragionevoli è un’impresa difficile, a tanti tocca ricorrere all’«intra moenia», splendida locuzione latina che, nella pratica, significa dover pagare per ottenere rapidamente una visita dagli stessi sanitari pubblici che diversamente restano irraggiungibili (ma, obiettivamente, i più bravi costerebbero per forza di più perché tutti vorrebbero andare da loro).

Prevenzione verso i medici? No, è il modello sanitario corrente che evidentemente non funziona tanto bene. Eppure buona parte del bilancio di una Regione è destinato proprio alla Sanità. Ma i risultati non si vedono e non è una difficoltà percettiva. Basta indossare i panni del paziente o del familiare di un paziente. Prima o poi succede a tutti. E qui, se qualcuno vuol farsi illusioni, il confronto con la realtà è a volte sconcertante, amaro. Accadono cose che a raccontarle sembrano inventate, ma purtroppo non è così.

L’ospedale di Monopoli, dopo le tante dismissioni e cosiddette razionalizzazioni dei servizi ospedalieri, copre buona parte del Sud-Est Barese. Non si hanno alternative. Ma quando ci si arriva per un qualche serio malanno cominciano le difficoltà. Il Pronto soccorso è intasato. Problema comune a tutte le strutture del genere. Le code sono lunghe, molto lunghe. Qualcuno suggerisce, ma ora probabilmente non più, di chiedere aiuto a uno dei posteggiatori abusivi: avrebbe la taumaturgica capacità di ridurre i tempi d’attesa. Sembra una battuta, o forse no? Una volta accolti nel Pronto soccorso si ha l’impressione che medici e infermieri siano stravolti dalla fatica. Ma fanno il loro con impegno. Il problema è strutturale. L’astanteria non c’è più. Chi attende di sapere il suo «destino», fatti salvi i casi più gravi, è costretto a stazionare in una stanzetta senz’aria, su una seggiola. Se si sente male piomba giù per terra e tanti saluti.

Poi c’è il ricovero, se c’è. I reparti si sa, funzionano bene se il primario tiene la battuta. Altrimenti sono dolori. Dolori in tutti i sensi. Un reparto intensivo dovrebbe dare garanzie, ma non sempre è così. Il dirigente sembra il direttore megagalattico di fantozziana memoria, ma da ridere qui non c’è proprio nulla. Non c’è e se c’è si fa vedere poco, molto poco. Il livello di assistenza, già piuttosto modesto, dipende dalle coppie di infermieri in servizio. Ci sono quelle disponibili. Ma alcune coppie sono inquietanti, soprattutto una. Dopo la mezzanotte, quando c’è questa coppia, si assiste a uno strano spettacolo. Due brandine con relativa copertina e cuscino vengono portate in infermeria. Le luci vengono spente. È l’ora del riposo. Chissà se è la prassi in un reparto intensivo. Se qualche ammalato disturba il sonno dei giusti, l’«omone» e l’«arpia», come li definisce un ammalato spaventato, reagiscono di malagrazia. Qualche paziente anziano resta traumatizzato. Una sera, una donna si sente male. Arriva il personale del 118 con un defibrillatore. Ma la poveretta non è già ricoverata in un reparto intensivo? La signora viene portata in un altro ospedale.

Arriva poi il giorno del trasferimento in una struttura pubblica riabilitativa. Bisogna ricorrere a un’ambulanza privata. Il paziente, insalutato ospite, e con piaghe da decubito che non aveva al momento del ricovero, va via ignorato da tutti su una lettiga spinta dal personale a pagamento. Neppure un arrivederci. Ma è meglio così. Per giorni il paziente continua ad aver paura dell’«Omone». Teme che possa far male ai suoi familiari.
Ma non sempre va così. Nella nuova struttura il paziente è assistito con attenzione, simpatia e umanità. I medici sono disponibili. Anche questa struttura è pubblica. Per fortuna c’è chi fa il proprio dovere con coscienza. Magari è solo meno «furbo».

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