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L’Italia non è più un Paese per giovani, se lo è mai stato. Un Paese che i suoi giovani li fa serenamente scappare diventando un ospizio per vecchi

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Scusi, ma chi viene ad aprirmi l’ombrellone? L’estate avanza ma di bagnini se ne trovano sempre meno. E non solo al Sud. Servono camerieri a Jesolo ma nessuno vuole lavorare, dicono: <assumeremo i robot>. Sarebbe ovunque colpa del reddito di cittadinanza che dà un sussidio di sopravvivenza e scoraggia dal cercare altro. Una sciocchezza, visto che dal reddito di cittadinanza sono stati soprattutto i giovani a tenersi alla larga. Altre volte i suddetti giovani sono stati accusati di non voler rinunciare alle loro serate e alle loro fine settimane di divertimento. E d’estate poi. Ma nessuno a voler ammettere che l’Italia non è più un Paese per giovani, se lo è mai stato. Un Paese che i suoi giovani li fa serenamente scappare diventando un ospizio per vecchi.

Tanto per cominciare, quei giovani, quanto li pagano? Troppo facile ricordare i <rider>, i ciclisti o motociclisti per i pasti a domicilio che, in strada, un altro po’ e ti ammazzano visto quanto corrono per poco più di tre euro a volta. E fare il ragazzo del bar non deve essere il massimo della felicità, specie se con la laurea in tasca. E poi, l’Istat pubblica in questi giorni le cifre sull’occupazione e scopri che è in aumento: figuriamoci, il 59 per cento, il massimo dal 1977. Brindiamo. Ma poi scopri anche che i nuovi occupati (e a tempo determinato) sono soprattutto gli ultra50enni, quelli espulsi dalle aziende e che si contentano di ciò che c’è.

Finché altre cifre raggelano ogni illusione di misterioso boom. L’Italia ha il primato in Europa per i giovani cosiddetti <Neet>, cioè che non lavorano, non studiano, non seguono corsi di formazione. Il 28,9 per cento, quasi uno su tre. Ciondolano. Magari ci sono, come ci sono, quelli che lavorano in nero e non appaiono nelle statistiche. Ma poi non puoi spiegare altre agghiaccianti cifre solo con la crisi della natalità, le culle vuote, i figli che non si fanno più soprattutto al Sud ex-fabbrica di cittadini per la patria.

Siamo il Paese in Europa con la più bassa percentuale di giovani sulla popolazione: il 34,1 per cento contro la media Ue del 39. Siamo soprattutto il Paese degli anziani sulle panchine. E anche questo non solo al Sud dove scendono le televisioni e la prima cosa che inquadrano sono le loro coppole sulle piazze di paese. Lo stereotipo. Entro 25 anni diminuiranno di sei milioni gli italiani fra i 20 e i 64 anni. Nel frattempo anche quei giovani sempre meno numerosi sono collezionisti di tali e tanti <stage> gratuiti nelle aziende da chiedersi se da noi sia ancòra previsto che il lavoro sia ricompensato. Così i giovani decidono.
Partono. Da cittadini di seconda classe a migranti forzati. E spesso partono i più istruiti pur in un Paese che ha anche, in Europa, il più basso numero di laureati. Fra il 2007 e il 2017 se ne sono andati all’estero in 300 mila, come se scomparisse la città di Bari. Quintuplicati in dieci anni. E soprattutto dal Nord. Perché ad andarsene dal Sud verso il Nord sono stati invece 480 mila, quasi quanto tutta la Basilicata. In gran parte appunto giovani, e 193 mila laureati. Ma stavolta, rispetto alla perenne emigrazione del passato, senza luci della ribalta o film tipo <Pane e cioccolata>. Prendono un treno silenziosi e invisibili, tranne che alle loro famiglie ma come se fosse un destino ineluttabile. Così deve andare. Né una manifestazione di protesta. Anche perché i giovani di oggi non è che stiano a farsi teste di pianto quando vedono che nel loro Paese non c’è posto per loro. E’ il tempo della globalizzazione, un trolley e un computer e via. Privando la loro terra di un futuro senza di loro che erano il futuro.

E’ come al tempo dei bastimenti per l’America o le valigie di cartone: non c’è famiglia che non abbia un figlio o un nipote fuori. L’esodo costa tre miliardi al Sud, il costo della loro crescita e della loro istruzione, donati chiavi in mano ad altri. Ma spesso costa anche il loro mantenimento quotidiano in posti raggiunti perché quel mantenimento lo dovrebbero garantire, altrimenti a che serve? E con le <rimesse>, i soldi, che contrariamente al passato quando andavano dagli emigrati alle famiglie povere, con un altro collasso ora vanno dalle famiglie agli emigrati. Da sostenere finché non si sistemano, in un Paese che da Nord a Sud non cresce, e meno che mai quanto servirebbe per tutti, giovani in testa.
L’Italia si sta scavando la fossa con l’incosciente noncuranza di chi pensa ad altro. Perduta dietro l’arma di distrazione (e distruzione) di massa dell’immigrazione e di tutte le capitane Carola di questo mondo. Batta un colpo chi nel dibattito pubblico, e non solo, sente parlare di giovani scomparsi come neve al sole. Di chi sente parlare di qualcosa per loro. E poi dice che non c’è nessuno per aprire l’ombrellone. Non c’è nessuno che prenderà il posto dei vecchi quando sarà la loro ora. Il silenzio tombale.

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