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Se solo pochi mesi addietro un sondaggista avesse previsto la vittoria di un candidato leghista alle comunali di Potenza, nessuno gli avrebbe creduto e tutti gli avrebbero consigliato di cambiare mestiere. La Basilicata, infatti, contendeva alle tradizionali regioni rosse (Emilia Romagna, Toscana e Umbria) il rango di terra più fedele allo schieramento progressista. Invece, anche sull’onda delle inchieste della magistratura che hanno toccato le figure apicali della Regione, non solo il centrosinistra ha dovuto fare strada al centrodestra, ma gli elettori hanno inviato alla guida del capoluogo di regione il candidato di Matteo Salvini, mattatore dell’attuale fase politica nazionale, nonché leader di un partito che fino a qualche tempo fa aveva la parola Nord nel simbolo.

Intendiamoci. Già in occasione del primo turno, due settimane fa, il successo del candidato potentino vicino al Carroccio non era passato inosservato. Anzi. Ma un conto è prevalere senza vincere, un conto è prevalere insediandosi in cima a una storica roccaforte dei rivali di centrosinistra. E ancora. Se è importante vincere a Ferrara e Forlì, due capoluoghi di Romagna il cui colore rosso finora non era mai sbiadito nel tempo, doppiamente significativo è conquistare Potenza, città emblematica sia delle giunte di centrosinistra per tradizione sia del Mezzogiorno-Mezzogiorno per definizione. Espugnare Potenza, per così dire, vale doppio. Un segnale che potrebbe indurre Salvini a tentare il colpo grosso, ossia a puntare alla presa organica del governo nazionale senza l’ausilio di alleati e compagni di strada. Se persino la città che fu del dc Emilio Colombo (1920-2013) - artefice del predominio del centrosinistra in tutta la Basilicata -, si è inchinata alla baldanza salviniana, ciò lascia intendere - potrebbe pensare il condottiero del Carroccio - che nessun traguardo politico mi è proibito, compreso quello di sfidare da solo, in Italia, l’intero fronte anti-populista e filo-europeo, e di lasciare a piedi gli aspiranti sodali di coalizione.

Richieste È verosimile attendersi richieste sempre più pressanti da parte di Salvini, richieste rivolte ora a Luigi Di Maio, ora a Giuseppe Conte ora a Giovanni Tria. Del resto, ieri il ministro dell’Interno non si è rifugiato in calcio d’angolo scrutando la mischia nell’area di governo. «Inutile tirarla per le lunghe se cresciamo zero virgola», ha bofonchiato Salvini lasciando scoprire per la prima volta il sentiero stretto che porterebbe dritto dritto al voto anticipato.
Autonomia differenziata e Flat Tax sono gli argomenti su cui si gioca la tenuta del governo in carica. Salvini vuole sciogliere sùbito questi nodi, senza sconti e senza tentennamenti. Anche il M5S, a cominciare da Luigi Di Maio, li vorrebbe sciogliere al più presto. Ma se i grillini dovessero stendere tappeti rossi al passaggio di Salvini e delle sue idee manifesto, ratificherebbero, accrediterebbero la loro definitiva subalternità al copilota leghista. Il che, per il Movimento, non sarebbe un atto indolore, anche se garanzia della sopravvivenza di questa legislatura potrebbe guarire non pochi mal di pancia tra i grillini.

Resta da capire, ora, dopo lo sfondamento leghista (sia pure con soi 200 voti di scarto sul concorrente di sinistra) al Comune di Potenza, città iconica del centrosinistra più radicato, dove Salvini investirà le nuove aperture di credito: governo Conte a trazione leghista; nuove sfide elettorali in solitudine (per la Lega); pressing incontenibile sui progetti chiave per i militanti e i dirigenti del Carroccio, che al federalismo differenziato e alla Flat Tax potrebbe aggiungere il pressing sui minibot. In quest’ultimo caso, lo scenario potrebbe diventare più esplosivo del Vesuvio quando seppellì Pompei. Il premier Conte e il ministro Tria si sono già schierati con l’Europa e con il Quirinale. Non vorrebbero essere loro due a mettere l’autografo sotto lo schema che introdurrebbe una valuta parallela e creerebbe i presupposti per il distacco dell’Italia dall’Unione.

Questioni Finora l’insistenza sull’autonomia differenziata da parte delle Regioni del Nord non ha provocato particolari scossoni per Salvini nelle aree del Mezzogiorno. Anzi. Ma non è detto che i contraccolpi non debbano palesarsi quando la discussione entrerà nel vivo e ci sarà la verifica (o la resa) dei conti. Anche per questa ragione il Salvini promotore e tifoso dell’identità nazionale della Lega non ha mai alzato i toni sul federalismo caro al veneto Luca Zaia e al lombardo Attilio Fontana, preferendo (sempre Salvini) restare sul generico ed evitando di pretendere un cronoprogramma in materia.

In effetti non sarà semplice, per il vicepremier «padano», conciliare le aspirazioni divisive del Lombardo-Veneto con le attese inclusive che partono dal profondo Sud, il cui approdo elettorale sui lidi salviniani è, innanzitutto, una diretta conseguenza della delusione/disillusione nei confronti delle mediocri classi dirigenti finora al governo nelle città e nelle regioni meridionali.
Un fatto è certo. Anche se non spegnerà l’interruttore della legislatura iniziata un anno addietro, Salvini sarà sempre in campagna elettorale. In fondo non ha mai smesso di fare campagna elettorale dal giorno (15 dicembre 2013) in cui prese in mano le redini del Carroccio dopo aver battuto alle primarie delle camicie verdi un tale di nome Umbero Bossi.

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