Domenica 19 Maggio 2019 | 19:00

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«Quando mi hanno chiamato - ha confessato Lino Banfi attore canosino - ho detto “che c'entro io con la Cultura?"»

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Il celebre Oronzo Canà, l'«allenatore nel pallone» del film-cult del 1986, avrebbe risposto: «Mi avete preso per un c... one?». Pasquale Zagaria, in arte Lino Banfi, invece, alla indicazione del ministro Luigi Di Maio, che lo vuole componente dell’Assemblea della Commissione nazionale italiana per l’Unesco, ha commentato in modo più elegante e anche imbarazzato di quanto avrebbe fatto il suo ruspantissimo alter ego che lo perseguita come un’ombra.

«Quando mi hanno chiamato - ha confessato l’82enne attore canosino - ho detto “che c'entro io con la Cultura?”. Normalmente rappresentanti all’Unesco sono state nominate persone laureate, che conoscevano la geografia, le lingue. Io voglio portare il sorriso ovunque, anche nei posti seri», ha però subito aggiunto Banfi dal palco dell’evento dei Cinquestelle sul reddito di cittadinanza. Quasi a promettere che nelle algide stanze della sede parigina porterà una ventata nazionalpopolare. E soprattutto senso pratico che gli deriva cromosomicamente dalla tradizione agricola familiare.

Nell’Unesco, l’organo delle Nazioni Unite che si occupa della tutela dei beni culturali di rilevanza mondiale, Banfi andrebbe a prendere il posto di Folco Quilici, l’esploratore e divulgatore dei mari scomparso l’anno scorso.
Diciamo la verità. L’attore, che esordì negli anni Sessanta nei panni del pugliese mediamente ignorante, furbastro e irascibile, è stato sdoganato da anni anche dalla intellighentia. Merito non solo della ventennale militanza nella fiction «Un medico in famiglia» nei panni di nonno Libero, ma anche di alcune performance teatrali e cinematografiche di apprezzata intensità drammatica.

Eppure la decisione del leader pentastellato ha scatenato polemiche. Il primo a impallinare il socio di governo è stato l’altro vicepremier Matteo Salvini (nemmeno lui in possesso di una laurea al pari di Di Maio e di Banfi), che ha commentato tagliente: «Lino Banfi va bene. E Jerry Calà? E Renato Pozzetto? E Umberto Smaila?». Forse battute suggeritegli dall’animo intimamente nordista? Mah. Per non parlare delle opposizioni, che in coro hanno attaccato il giovane ministro campano accusandolo di voler raccattare voti in più per quando serviranno, ad esempio alle prossime Europee.
Di Maio aveva già controreplicato, prima di ufficializzare la nomina, che la scelta deriva dal fatto che Banfi «ha fatto sorridere tre generazioni di italiani».
Nel Belpaese dove tutto diventa politica, e anzi polemica politica, vale tutto e il contrario di tutto. E il dibattito è ben lungi dallo smorzarsi.

Noi crediamo che Banfi non interpreterà il nobile ruolo alla Oronzo Canà, ma rispettando l’etichetta consona a un artista di lunga esperienza, capace di pronunciare le vocali secondo i dettami del teatro serio, un’etichetta che si addica ai paludati ambienti della capitale francese, un po’ come le nonne meridionali di una volta mettevano a tavola il servizio buono quando arrivava a casa il fidanzato della figlia maggiore.
Entrando, forse, in punta di piedi e chiedendo sommessamente scusa quando toglierà la parola a cattedratici di fama planetaria per spezzare una lancia a favore dei tesori della sua Italia e magari della nostra Puglia. E se poi lo faranno arrabbiare, se ne tornerà al suo... trullo proprio come minaccia nonno Libero dal piccolo schermo quando gli vengono i cinque minuti.

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