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Il neo presidente del Brasile Bolsonaro e il ministro dell’interno Matteo Salvini lo avevano promesso. La vicenda di Cesare Battisti deve concludersi lì dove era cominciata: in Italia. Originario di Cisterna di Latina, questo terrorista ormai sessantaquattrenne ha trascorso la propria giovinezza aderendo con convinzione ad uno dei gruppi eversivi e terroristici di estrema sinistra, i proletari armati per il comunismo. Uno dei gruppi più attivi degli anni settanta, quegli anni cioè che gettarono l’Italia nello sgomento e nella paura a causa dell’offensiva lanciata da soggetti che pensavano di ridurre le disuguaglianze sociali con la lotta armata.

Coltivavano il loro folle disegno uccidendo uomini delle istituzioni e persone comuni, compiendo azioni criminose portate avanti senza scrupoli, senza pietà, senza rispetto per il vuoto enorme che quelle morti avrebbero generato tra i familiari delle vittime. Episodi tragici per i quali Battisti fu condannato in contumacia ad alcuni ergastoli. Delitti commessi direttamente o in concorso con altri, in ossequio ad una presunta ideologia politica intrisa di violazioni di diritti e di regole, nutrita da deliri di onnipotenza e da un uso distorto del primato della cultura della soggettività del desiderio, sedimentatasi nelle intercapedini del Sessantotto e reputata antidoto al classismo sociale.


È ancora presente nella memoria di tanti ciò che il terrorista rosso dichiarò nell’ottobre del 2017 all’emittente televisiva Rete Globo per affermare, con atteggiamento di sfida, che considerava il Brasile l’unico Paese in cui sentirsi protetto. E che il decreto Lula non sarebbe stato revocato. Parole pronunciate con protervia in nome di una percezione di impunità e di superiorità maturata sul presupposto dell’appartenenza ad una comunità di pensiero che si voleva al di sopra delle leggi e persino del buon senso. Quelle leggi che oggi reclamano indignazione davanti ad un comportamento mai incline al pentimento, al ravvedimento, all’accettazione della punizione, all’assunzione di responsabilità per una condotta accertata come criminale dalle corti italiane ed europee. Un uomo Cesare Battisti, che si è nascosto dietro la sottovalutazione, se non la reticenza di una certa sinistra. Un uomo che in Sudamerica ha goduto di protezione e di rifugi sicuri, almeno fino a dicembre scorso quando si è reso latitante per l’ennesima volta. Decisione presa dopo la revoca dello status di residente permanente in Brasile e dopo l’ordine di estradizione emesso dal presidente Temer. Grazie ad un lavoro eccellente svolto da una squadra speciale dell’Interpol, di cui hanno fatto parte anche investigatori italiani, Battisti, fermato in Bolivia a Santa Cruz de La Sierra alle 22 ora italiana di sabato scorso, è stato ricondotto al destino che lo attendeva impaziente da decenni: le patrie galere. A voler far riferimento a quello che il Beccaria chiamava il “diritto penale minimo”, occorre ricordare che la pena deve assolvere a quattro scopi: punire il colpevole; rieducare il condannato; prevenire la commissione di altri reati; riparare il danno patito dalla vittima.
Battisti era evaso dalle carceri italiane nel 1981 dopo una condanna per banda armata. Scappato in Messico ed in Francia (dove negli anni hanno potuto trovare ospitalità decine di ricercati per fatti di terrorismo), Battisti, diventato nel frattempo autore di romanzi noir, aveva raggiunto il Brasile nel 2004, dove tre anni dopo era stato arrestato. Una vicenda complessa la sua, lunga 38 anni e sviluppatasi attraverso diversi coupe de theatre: status di rifugiato, diritto d’asilo, richiesta (negata) di estradizione, nuovo arresto e immediata scarcerazione, mobilitazione di certa intellighenzia in suo favore. Tutto ciò, fino all’entrata in scena di due “uomini forti” che hanno creato condizioni politiche diverse: Bolsonaro, che si era espresso a favore della riconsegna di Battisti all’Italia prima della sua elezione a Presidente del Brasile; Salvini che si è sempre battuto perché questa vicenda assecondasse le esigenze di giustizia e sicurezza. Dunque, Battisti era arrestabile ed estradabile. Dunque, ciò che è mancata è stata la volontà politica.


A proposito della Francia, in queste ore torna alla mente quella che fu definita da più parti “dottrina Mitterand”. Dottrina secondo la quale i nostri cugini d’oltralpe potevano valutare la possibilità di non concedere l’estradizione nel caso di richieste provenienti da Paesi “il cui sistema giudiziario non corrispondesse all’idea che Parigi ha della libertà”, a patto che i destinatari non fossero ricercati per atti diretti contro lo Stato francese e avessero rinunciato ad ogni forma di violenza politica. Dottrina che quindici anni fa, quando Battisti fu arrestato in Francia, aveva indotto alcuni scrittori, artisti, docenti universitari di sinistra a sostenere che la vita dell’illustre esponente dei Pac “era stata modesta, piena di difficoltà e sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale tanto da attirarsi la stima del mondo della cultura e l’amore di una schiera enorme di lettori”. Una difesa che verrà reiterata anni dopo da altri esponenti della sinistra nel mentre Lula si rifiutava di concedere l’estradizione all’Italia. Insomma, i filistei del ventunesimo secolo, come Frank Furedi chiama gli intellettuali, hanno fatto da scudo alle responsabilità penali e morali di Battisti, rendendosi interpreti di una concezione della libertà declinata in senso assolutistico ed in nome di una errata concezione della democrazia. È, perciò, legittimo domandarsi se la cultura possa mai concedere, sia pur ex post, una licenza ad uccidere persone inermi, a terrorizzare popolazioni tranquille, a condizionare la vita dello Stato e delle istituzioni. Sarebbe bello che insieme al tempo della giustizia, come hanno ricordato il Ministro Bonafede ed il premier Conte, arrivasse anche quello del pentimento di Battisti e del riconoscimento (sia pur tardivo) delle proprie colpe indirette da parte di chi, con una certa irresponsabilità, ha coltivato (da intellettuale) la pretesa di contribuire alla definizione persino di modelli culturali.


Un assassino non può avere sostenitori, né può diventare un simbolo. Un terrorista non può godere di indulgenze, sottovalutazioni, giustificazioni. Il diritto, sociologicamente parlando, assolve anzitutto ad una funzione di controllo dei conflitti sociali. Chi si pone contro il diritto, si pone anche contro la democrazia. Oscar Wilde, del resto, diceva che “dietro un delitto ci sono vicende umane molto più interessanti del delitto stesso”. Che si sappia, a futura memoria: la vicenda di Cesare Battisti è stata ed è una vicenda squallida. Come tutte quelle vicende basate sulla violenza. Fisica e morale.

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