Martedì 26 Marzo 2019 | 03:23

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Carpino, furbi fuori dal comune metà dei dipendenti faceva altro

Timbrare il cartellino per fare altro, riscuotere uno stipendio per non aver fatto invece il proprio dovere (calpestato anche il giuramento di fedeltà all’ente) e credere sì che il mondo va così e che “questo mondo” è dei furbetti.

Latiano, timbrava e poi si allontanava dal lavoro: arrestato dipendente comunale

È l’idea di impunità che colpisce nell’indagine della procura di Foggia che ha portato ai domiciliari la metà dei dipendenti comunali di Carpino, il piccolo centro del Gargano interno, decimato dal blitz dei Carabinieri che, probabilmente, non hanno creduto ai propri occhi quando hanno dettagliato le immagini dell’ennesima truffa ai danni dello Stato e quindi del “pubblico”. Ma qui siamo alla realtà che supera l’immaginazione, perché devi fare come le tre scimmiette giapponesi (non vedo, non sento, non parlo) per non capire quello che ti accade intorno. E per di più in un piccolissimo centro, dove non c’è neanche la scusa della fretta del tempo per fare i servizi o la spesa al supermercato vista la “prossimità” di tutto quanto c’è bisogno per vivere. Eppure è accaduto. E non è la prima volta in Capitanata.

Timbrare il cartellino per fare altro, riscuotere uno stipendio per non aver fatto invece il proprio dovere (calpestato anche il giuramento di fedeltà all’ente) e credere sì che il mondo va così e che “questo mondo” è dei furbetti. Tutto filava liscio come l’olio (Carpino è una delle capitali delle città dell’olio), ma anche l’extravergine può andarti di traverso e perciò in quel Comune - complice pare una lettera anonima ma circostanziata - hanno deciso che non se ne poteva più.

I Carabinieri hanno quindi messo fine ad un comportamento odioso soprattutto dal punto di vista morale, perché oggi avere un posto fisso, e per di più nel comparto della pubblica amministrazione, è una fortuna che non capita tutti i giorni. Ma evidentemente qualcuno ha vinto il biglietto della lotteria e ha deciso di perderlo. Con tutte le conseguenze del caso che verosimilmente scatteranno in breve tempo, compreso il licenziamento dall’ente “tradito” che con la legge Brunetta è praticamente automatico, come è accaduto tre anni fa ad alcuni dipendenti del Comune di Foggia.

Che un piccolo centro come Carpino (4 mila anime censite) potesse poi avere venticinque dipendenti è uno degli interrogativi che ha accompagnato l’operazione dei Carabinieri coordinata dalla procura della Repubblica. Una sproporzione rispetto alle esigenze del piccolo centro garganico? Fino ad un certo punto, visto che al sud il “pubblico” è chiamato a garantire una fetta di occupazione, ma nei numeri qualche forzatura c’è. E anche qualche domanda. La disoccupazione in provincia di Foggia viaggia su percentuali a doppia cifra, come nel resto del mezzogiorno, ma quella giovanile ha impennate che superano il 50%. E allora ti chiedi come si fa a non vedere quello che è accaduto a Carpino, un piccolo centro non una metropoli, e non provare un minimo di disgusto.

Che cosa ha inibito la percezione di un qualcosa che nulla ha a che fare con i valori condivisi, con la lealtà, col rispetto del prossimo e dei cittadini che pagano le tasse? Che cosa ha paralizzato la reazione, bloccato un richiamo, differito un intervento risolutore per prevenire e reprimere il malcostume registrato in quel comune? E dopo questa retata come è possibile convincere i giovani a vincere la passività della rassegnazione? La retorica delle domande non è mai inutile quando ci si trova di fronte a contesti di questo genere dove a spiccare è prima di tutto quell’analfabetismo civile che diventa poi “brodo di coltura” per altri scenari, non meno gravi e inquietanti, come quelli che accompagnano la vita di tutti i giorni: dall’abbandono dei territori al ritorno dell’emigrazione soprattutto giovanile fino alle gesta dei piromani che distruggono il paesaggio e non ultimo alle imprese della mafia garganica.

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