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«È l’effetto combinato del dissesto e dell’oltraggio all’ambiente, entrambi prodotti dalla mano dell’uomo, a determinare l’entità di questi disastri»

Il dissesto del Malpaese: l'oltraggio all'ambiente

Con sette milioni di cittadini e il 91% dei Comuni a rischio idrogeologico, il Malpaese è l’ultimo che può meravigliarsi per le vittime, i danni e le conseguenze devastanti provocati dalla recente ondata di maltempo che ha investito l’Italia. Dal Veneto alla Sicilia, dal Nord-Est al Sud fino alle Isole, è un’emergenza continua che dura da molti anni. Una situazione cronica che minaccia l’intera Penisola e i suoi abitanti, la loro sicurezza e purtroppo la loro stessa sopravvivenza.
Nessuno parli, però, di «calamità naturali» o di «fatalità». Certo, le precipitazioni atmosferiche degli ultimi giorni sono state eccezionali. Ma è l’effetto combinato del dissesto e dell’oltraggio all’ambiente, entrambi prodotti dalla mano dell’uomo, a determinare l’entità di questi disastri.

Da una parte, l’assalto al territorio, a colpi di consumo del suolo, speculazioni edilizie, scempi e abusi, che nel corso del tempo ha reso l’Italia fragile e vulnerabile; dall’altra, l’inquinamento atmosferico e il riscaldamento del pianeta, a livello globale, che hanno amplificato a dismisura la gravità dei fenomeni naturali.
Pro quota, ne siamo tutti responsabili, chi più chi meno. A cominciare dai governanti e dagli amministratori locali che prima non hanno impedito questa manomissione ambientale, lasciando costruire case o palazzi abusivi e poi non li hanno demoliti, com’è avvenuto purtroppo per la fatale villetta di Casteldaccia in cui la furia dell’acqua ha sterminato un’intera famiglia di nove persone. Ma anche noi cittadini, ciascuno di noi, abbiamo le nostre colpe per uno «stile di vita» fatto di cattive abitudini, di indifferenza o incuria nei confronti dell’ambiente: fabbriche, auto e impianti di riscaldamento che avvelenano l’aria; consumi energetici dissennati e irresponsabili che «bucano» l’ozono, provocando l’effetto serra e il progressivo riscaldamento del pianeta; distruzione sistematica delle risorse prodigate da madre natura.


Ci sarà pure chi coltiva un «ambientalismo da salotto», come dice sprezzantemente Matteo Salvini, vicepremier leghista di un governo che ha appena varato un condono edilizio per le case abusive di Ischia, collegio elettorale del vicepremier pentastellato Luigi Di Maio. Per non parlare qui delle altre sanatorie varate in passato da quel centrodestra di cui la stessa Lega era parte integrante. Ma l’ambientalismo, da salotto o da cucina, è l’unico antidoto contro l’incultura diffusa che giustifica e alimenta tali comportamenti. Non a caso chi scrive ha sempre parlato di «ambientalismo sostenibile», cioè compatibile con le ragioni dello sviluppo e del benessere; un ambientalismo con i piedi per terra; costruttivo e praticabile. Soltanto una maggiore coscienza e consapevolezza dei rischi che corriamo potranno indurci a cambiare un modello economico-sociale che altrimenti porterà fatalmente il genere umano all’apocalisse e all’autodistruzione.


Sì, qualcuno potrà anche dire o pensare: non mi riguarda, se la vedrà chi verrà dopo di me, non vivrò tanto a lungo… e così via. Eppure, senza assumere qui toni predicatori, consiste proprio in questo l’esercizio di responsabilità a cui siamo chiamati: tutelare l’ambiente e salvaguardare la natura per noi stessi, ma soprattutto per i nostri figli e per i nostri nipoti. Difendere la Terra per difendere la vita, quella nostra e quella altrui.
Dissesto e inquinamento, dunque, come primo binomio dell’emergenza ambientale. Poi, prevenzione e manutenzione, come strumenti contro il degrado e la rovina del territorio. E infine, lotta all’abusivismo e demolizioni, per impedire o curare le ferite provocate dall’ingordigia e dalla rapacità dell’uomo. È su questi binari che deve procedere il nostro impegno collettivo, in modo da recuperare il più possibile l’equilibrio naturale.
Ponti che crollano, alberi che crollano, scale mobili che crollano… Ma in che Paese viviamo?! Occorre un grande Piano nazionale di tutela ambientale, con una vigilanza continua e una mobilitazione generale, regione per regione, città per città, Comune per Comune. Un’opera quotidiana, insomma, di prevenzione e di ordinaria manutenzione, per contenere e possibilmente ridurre l’avanzata del cemento; tutelare le coste; salvaguardare la campagna e la montagna; ripristinare il corso dei fiumi e dei torrenti.


Viene in mente, a questo proposito, il reddito di cittadinanza. Sappiamo bene che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe servire alla riqualificazione professionale e al reinserimento nel mondo del lavoro. Ma, in attesa che la produzione e l’occupazione ripartano, non sarebbe opportuno intanto utilizzare una parte di questi beneficiari per rafforzare la Protezione civile, affiancando la professionalità degli addetti e la generosità dei volontari? Per istituire un esercito di «operatori ambientali», coinvolgendo anche gli immigrati senza lavoro e senza dimora? Per curare gli alberi, manutenere parchi e giardini pubblici?
Una volta eravamo il Belpaese. Dobbiamo proprio arrenderci e rassegnarci oggi a essere il Malpaese? Ne va della nostra identità, della nostra tradizione e della nostra immagine agli occhi del mondo. E ne va, purtroppo, anche del turismo che è pur sempre la prima industria nazionale.

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