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Giuseppe De Tomaso

Le spese di oggi sono le tasse di domani. Sembra un concetto assai semplice, banale come un gol a porta vuota. Ma la classe politica fa finta di ignorarlo. Fa finta sul serio, anche perché nessuno si sognerebbe di adottare la stessa linea economica per le finanze personali o familiari. Nessuno pianificherebbe vacanze costose a New York se il suo estratto conto fosse a secco come il deserto o, peggio, se il suo patrimonio fosse oberato di mutui e di altre rate da pagare. Ma, si sa, quando si amministrano i soldi degli altri, ogni cautela viene meno, Anzi, per dirla con Niccolò Machiavelli (1469-1527), più si dissipano i soldi della collettività, più si fa bella figura. Viceversa, si precipita nel discredito generale se analoga disinvolta irresponsabilità viene manifestata nella gestione delle risorse individuali.

Il bello o, meglio, il brutto della manovra economica presentata l’altro ieri consiste nella resurrezione dell’assistenzialismo. Vilipeso per decenni - in verità più a parole che nei fatti - l’assistenzialismo si è ripreso la scena, oltre a segnare una clamorosa rivincita, diciamo così, «culturale». Ma l’assistenzialismo rimane un lusso che nessuno potrebbe permettersi, perché significa bruciare risorse. Risorse che servirebbero e serviranno soprattutto alle prossime generazioni. Cosicché, un provvedimento concepito per fini sociali, come il «reddito di cittadinanza» - ma il ragionamento può essere allargato anche alla riforma della legge Fornero e all’introduzione della Flat Tax - è destinato, come già si delinea dalle prime reazioni dei mercati, a sfociare nel più classico esempio di eterogenesi dei fini: infatti penalizzerà soprattutto la fascia più debole del Paese, ossia i giovani.

Ma siccome i politici, specie quelli che piombano sulla ribalta annunciando soluzioni palingenetiche, sono tutti prigionieri del cortotermismo, cioè dell’idea secondo cui l’orizzonte temporale delle decisioni dev’essere di breve periodo (si vota ogni anno), anche un meeting di distratti buontemponi si accorgerebbe che di questo passo salteranno tutti i conti del Belpaese e che il debito pubblico volerà più in alto dell’astronauta Luca Parmitano. Il che provocherà oggettivamente un vulnus in Europa, con tutte le conseguenze del caso, non esclusa la deflagrazione dell’Unione medesima e dell’euromoneta. L’Italia, per capirci, non è la Grecia. L’Italia rappresenta la seconda economia manifatturiera del Vecchio Continente.

Colpisce l’assoluta indifferenza dei nuovi governanti verso le regole dell’economia (letteralmente amministrazione della casa). Basterebbe rileggere la Carta Caritas cistercense del 1098 per comprendere la differenza tra il concetto di elemosina e il concetto di beneficenza. Nell’elemosina l’identità del beneficiario è spesso sconosciuta al benefattore, che neppure intende conoscerla. Nella beneficenza - commenta, al riguardo, l’economista Stefano Zamagni - il bisogno di chi chiede aiuto deve essere valutato con intelligenza, il benefattore deve sforzarsi di comprendere le ragioni per le quali il povero è tale. Scrive ancora Zamagni spiegando lo spirito della Carta Caritas: «La beneficenza non deve degenerare in quelle forme di prodigalità che stimolano il superfluo nel donatario. La beneficenza, cioè, non deve incentivare la pigrizia in chi riceve l’aiuto, non deve inibire la possibilità di uscita dalla situazione di bisogno, quella che oggi viene chiamata la «trappola della libertà».

Potrebbero essere in molti a non voler uscire di proposito dalla «trappola della povertà» in seguito all’arrivo del sussidio di cittadinanza, che a dispetto delle lezioni di incitamento all’operosità inaugurate da Benedetto da Norcia (480-547) potrebbero trovare conveniente, grazie all’elargizione statale, schivare il lavoro o, perlomeno, il lavoro legale, quello alla luce del sole.
Già adesso le attività sommerse, a volte - occorre riconoscerlo - causate da esigenze di sopravvivenza di fronte all’esosità delle richieste fiscali, non si contano. Figuriamoci nell’immediato futuro, quando la convenienza a nascondersi salderà e rinsalderà datori di lavoro e prestatori d’opera. Prepariamoci ad un’alluvione di paghe, di rimborsi in nero per non perdere il «reddito di cittadinanza» e tutti gli altri contributi di solidarietà equipollenti o complementari.

Già adesso l’Italia occupa i primi posti nelle classifiche del lavoro che sfugge a tutti i radar della legge. Strada facendo, straccerà tutti i record, in una corsa sempre più sudamericana verso il combinato disposto fra populismo ed elemosina, tra giustizialismo e illegalità, con tanti saluti all’Europa e ai suoi padri costituenti, fra i quali spicca il busto del nostro Alcide De Gasperi (1881-1954).

Chi lavorerà più nell’Italia di domani? Ci sono lavori, oggi, che richiedono lauree impegnative, le cui prime buste-paga non superano i mille euro mensili. Poco più del «reddito di cittadinanza» che, invece, arriva gratis, senza sforzi e soprattutto senza anni trascorsi sui libri. Non è una beffa l’elemosina di Stato verso quei ragazzi che cercano o hanno cercato di farsi strada solo attraverso la crescita professionale e culturale? Invece, entro pochi anni i «meritevoli» di oggi subiranno la beffa numero due: dovranno sostenere con le loro tasse la monumentale macchina dell’assistenzialismo; dovranno intensificare la solidarietà a beneficio dei loro coetanei più pigri e più furbi (quelli delle cinquanta sfumature in nero).

Si nota una prospettiva paradossale per gli anni a venire. Quasi certamente, l’Italia divorzierà dall’Europa, o perché cacciata o perché scappata. In compenso si accaseranno in Europa molti più italiani, gli italiani più intraprendenti, più dinamici, più studiosi, quelli che non vogliono l’obolo di Stato né sognano una condizione esistenziale di sudditanza assoluta.
Gli italiani, grazie ai sistemi giuridici più efficienti che incontreranno negli Stati europei di approdo, faranno la fortuna di quest’ultimi, mentre i sistemi giuridici, legislativi e governativi della Penisola ci porteranno il Paese alla decrescita e all’infelicità, consapevole e inconsapevole. Facciamoci il segno della croce.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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