Martedì 26 Marzo 2019 | 03:30

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«Se Ambrogio Lorenzetti fosse chiamato oggi ad affrescare le stanze del Potere, non a Siena, ma a Roma, che cosa dipingerebbe? La risposta è impossibile»

Buon governo tra allegoria, realtà e finzione

Uno dei capolavori dell’arte e della politica si trova a Siena. È un ciclo di affreschi realizzati da Ambrogio Lorenzetti fra il 1338 e il 1339 e chiamati «Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo». Sono immagini molto belle e con un intento sociale, dovendo illustrare le differenze fra una città ben amministrata e una invece gestita male. Gli affreschi sono molto efficaci perché i personaggi raffigurati sono presi dalla realtà, seppur utilizzati in maniera allegorica.
Se Lorenzetti fosse chiamato oggi ad affrescare le stanze del Potere, non a Siena, ma a Roma, che cosa dipingerebbe? La risposta è impossibile.

Anche se si potrebbe giurare che l’artista senese disegnerebbe non personaggi reali, ma astratti, un po’ come hanno fatto i maestri delle varie avanguardie, perché astratta risulta l’azione dell’attuale governo, avulsa com’è dalla realtà.
Già nella campagna elettorale gli obiettivi proposti agli elettori erano sembrati poco realistici alla luce delle condizioni e delle possibilità del Paese. Ma si sa, ogni campagna elettorale è una marmellata di fake news, che dallo storico «un milione di posti di lavoro» promessi da Berlusconi, alla cancellazione del Senato annunciata da Renzi, è guardata con diffidenza dagli elettori. Il 4 marzo, però, forse perché ci sono stati protagonisti più convincenti, forse perché gli italiani più scafati hanno disertato le urne, è stato il trionfo delle promesse difficilmente realizzabili. Ci mancava solo «chiu pilu per tutti» di Cetto La Qualunque e il quadro sarebbe stato completo.
La differenza con il passato è che chi è stato chiamato a governare si ostina a voler dar corso in ogni modo a quelle promesse per non subire una sonora pernacchia alle prossime consultazioni. Il che sarebbe anche segno di serietà se non cozzasse appunto con il principio di realtà. Il quale principio dice che l’Italia non è affatto un Paese in buona salute, che i suoi conti pubblici sono traballanti, che campiamo alla giornata con quel che ci danno gli investitori stranieri comprando regolarmente i nostri Buoni del tesoro, che a ogni manovra tagliamo gli investimenti per la ricerca, la sanità e le infrastrutture. Cioè per rincorrere il consenso facile e demagogico rinunciamo a investire sul futuro, a fare ciò che molto meglio di altri siamo capaci di creare. Il marito che per fare dispetto alla moglie si taglia i testicoli, è nulla in confronto a ciò che fa questo Paese.
Ora c’è l’assalto al povero ministro Tria, che impavido resiste a tutti i venti, le minacce e le pressioni. Di Maio vuole che si parta subito con il reddito di dignità, che non si capisce in che modo sia reddito visto che non proviene da alcuna attività, ma è un sostegno dello Stato ai meno abbienti, Dunque che almeno lo si chiami con il nome proprio: assegno di dignità, contributo di dignità, intervento di dignità, insomma che almeno non si offenda la lingua italiana. Ovviamente regalare 800-1.000 euro al mese a un numero di beneficiari ancora non bene quantificati ha un costo notevole. Ma ha un costo notevole anche la misura che pretende Salvini: la cosiddetta pace fiscale. Anche qui si gioca con le parole, poiché nella realtà si tratta di un provvedimento che si trasformerebbe di fatto in un condono per chi non ha pagato le tasse dovute. E sotto certe somme potrebbe essere pure comprensibile, ma quando si parla di un tetto di un milione il sospetto che sia proprio un condono è forte.
Ma ciò che colpisce è la testardaggine nel voler realizzare le promesse annunciate in campagna elettorale e che nel «contratto» di governo si sono di fatto raddoppiate, sommandosi quelle della Lega a quelle dei Cinque Stelle, senza che vi sia un solo numero certo su cui basare un ragionevole calcolo dei costi. Chi dice tre, chi cinque, chi dieci miliardi. Cifre a piacere, tanto «si può sforare». Gli altolà della Ragioneria dello Stato, dell’Inps, dei tecnici del Mef per finire a quei cattivoni dell’Unione europea, sono ignorati. Anzi, l’ordine è: rimuovere tutti funzionari, gli esperti, i direttori generali che si ostinano a dire che così facendo saltano i conti dell’Italia.
Soddisfare tutte le promesse sarebbe molto bello per tutti, ma come sa ogni buon padre di famiglia ci sono dei no da dire tenendo conto della realtà. E sono proprio i no - insegnano i pedagogisti - quelli che aiutano a crescere e a imparare. Ma i no contrastano con il tutto e subito, l’idea di fondo che la «nuova» politica tende a far passare in Italia come all’estero. È in buona sostanza ciò che viene etichettato come populismo, cioè fingere di stare dalla parte del popolo. Gli italiani oggi sono di fronte non a un’allegoria, come i senesi che ammiravano l’opera di Lorenzetti, ma davanti a una gigantesca finzione, ovvero a una dissennata iperbole elettorale.

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