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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Caporali in carriera con lingua straniera

caporalato

Hanno capito che la piazza era libera e che si poteva passare dai 5 euro a cassone ai 5 per passeggero: che fanno 70 a viaggio e se ne fai cinque o sei di corse sono circa 400 euro al giorno. Sono i nuovi caporali.

30 Agosto 2018

Filippo Santigliano

Magari hanno sofferto come i loro connazionali. Poi hanno capito che la piazza era libera e che si poteva passare dai 5 euro a cassone ai 5 per passeggero: che fanno 70 a viaggio e se ne fai cinque o sei di corse sono circa 400 euro al giorno. Sono i nuovi caporali. Ex braccianti, ma non si sono emendati. Anzi, sulla pelle dei “fratelli africani” o bulgari o rumeni hanno deciso di fare soldi. Soldi a palate, insieme agli imprenditori schiavisti, ai quali forniscono braccia sotto salariate per le raccolte dei prodotti agricoli nelle campagne. Non potrebbe essere incasellato diversamente il primo arresto di un caporale nel territorio comunale di Foggia, un africano del Mali di 40 anni, sospettato da tempo dalla Polizia, inseguito, pedinato e filmato mentre trasportava braccianti e, soprattutto, sovrintendeva al lavoro nei campi prima di riportarli nel “ghetto”, la nuova piattaforma che distribuisce nelle campagne di Puglia, Molise e Basilicata i braccianti agricoli secondo le esigenze di questo o quell’imprenditore-schiavista.

L’ultimo arresto per “caporalato” in Capitanata avvenne a dicembre del 2017 nelle campagne di San Giovanni Rotondo, il paese di Padre Pio, ed anche in quel caso si trattava di un caporale africano, di origine liberiane, fermato con sette braccianti extracomunitari a bordo di un furgone.

Ecco perché resiste il fenomeno del caporalato, endemico da oltre un secolo nelle campagne pugliesi: cambia in questo caso solo l’origine del caporale, dalle facce dei kapò di campagna combattuti da Peppino Di Vittorio che reclutavano nelle piazze dei piccoli e grandi paesi dello sperduto Tavoliere delle Puglie, a quelle di importazione che hanno come riferimento non la piazza ma il “ghetto”, il gigantesco ipermercato delle braccia, un non luogo dove, come nei centri commerciali, si può acquisire di tutto, ma con la postilla non indifferente dello sfruttamento, della schiavizzazione, dell’evasione e dell’elusione fiscale che mortifica i braccianti ed ingrassa caporali e produttori senza scrupoli.

Anche per questo motivo, proprio per cercare una soluzione ad un problema endemico ma che va comunque affrontato e possibilmente risolto, è in programma lunedì 3 settembre a Foggia un vertice con il vicepremier e ministro dello sviluppo economico e del lavoro, Luigi Di Maio. Una occasione per fare il punto della situazione e verificare anche l’efficacia della legge sul caporalato.

Va aggiunto che il sequestro dei mezzi ed i controlli nelle campagne della provincia di Foggia, sono stati rafforzati dopo la terribile mattanza di inizio agosto, quando in due distinti incidenti stradali morirono sedici braccianti extracomunitari, tutti originari dell’Africa: quattro in un impatto tra un furgone ed un camion pieno di pomodori lungo la strada tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri; dodici in un terribile scontro sempre tra un minibus ed un camion all’incrocio di Ripalta di Lesina, vicino la strada statale 16 nell’alto Tavoliere.

Una mattanza che, per la sua gravità, aveva portato a Foggia il presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte, ed il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, non solo per esprimere il cordoglio del Paese, ma anche per cercare soluzioni ad una vertenza decennale.

Ecco, da quel drammatico inizio di agosto, in poco più di tre settimane, sono stati sequestrati 24 pulmini e denunciate 9 persone alla loro guida (probabilmente caporali). Il controllo lungo le strade, col fermo ed il sequestro dei mezzi, è una delle modalità, non l’unica si capisce, per fronteggiare e contenere il caporalato. Poi ci sono i ghetti da svuotare, gli intermediari da sorvegliare e gli imprenditori schiavisti da multare, anche se si dovrebbe andare sino in fondo alla filiera, con i grossisti che acquistano, le industrie che trasformano fino alla vendita tramite la grande distribuzione. Perché se è vero che i braccianti extracomunitari vengono sfruttati, qualcuno alla fine sul pomodoro si arricchisce. Per scoprirlo basterebbe seguire la “tracciabilità” del prodotto. Non quella ufficiale, ma quella sommersa, che fa la fortuna dei caporali e la disgrazia degli sfruttati.

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