Per anni ci siamo fatti raccontare di un Paese diviso, spaccato in due mondi contrapposti: i «polentoni» da una parte e i «terroni» dall’altra. Appellativi ironici ma strumentali alla narrazione di due Italie incompatibili. Da una parte l’efficienza, dall’altra l’assistenzialismo; da una parte il progresso, dall’altra il ritardo. Così si è trasformato un popolo in tifoserie contrapposte, creando i «virtuosi» e gli «assistiti», i «produttivi» e i «fannulloni».
Questa rappresentazione non è mai stata neutra. Il Nord è stato convinto di essere vittima del Sud, mentre il Sud è stato spinto a percepirsi come una zavorra per il Nord. Nel frattempo i veri problemi – lavoro, infrastrutture, servizi, giustizia sociale – restavano sullo sfondo, schiacciati dalla propaganda. Due fattori hanno amplificato questa frattura: un decentramento esasperato, che ha alimentato un regionalismo sempre più simile a un autonomismo competitivo invece che a un progetto di responsabilità condivisa; e un europeismo che, nato per farci volare, rischia di trasformarsi in una zavorra, dove pesa più l’economia del reale tentativo di costruire una storia politica comune, finendo per annacquare la nostra identità di popolo.
Eppure, la storia d’Italia racconta altro. Racconta che Nord e Sud hanno la stessa matrice umana: povertà, fatica, lavoro, mani che stringono, spalle che sopportano, speranze che resistono. La Resistenza, la ricostruzione, la nascita della Repubblica non sono state geografie, ma coscienza nazionale. C’è stato un Nord generoso, civile, capace di sacrificio; e c’è stato un Sud che ha lottato, sofferto, contribuito alla storia democratica del Paese. E poi c’è l’Italia senza etichette: operai, studenti, braccianti, imprenditori, famiglie che hanno fatto andare avanti questo Paese tenendolo insieme, non separandolo.
Dentro questa storia entra anche la Lega. Spesso dipinta come nemica del Mezzogiorno, in realtà è stata – almeno in origine – l’espressione di un disagio che era italiano, non solo settentrionale: burocrazia soffocante, tasse, infrastrutture insufficienti, senso di abbandono, identità ferita. Quel linguaggio diretto, quella rottura con la politica dei salotti «dissacrata» anche con abbigliamenti irriverenti, quel parlare alle piazze non sono stati folclore: erano la voce di persone che chiedevano dignità. È importante dirlo: quel grido non nasceva contro qualcuno, ma per qualcuno. Per chi si sentiva dimenticato. La differenza tragica è che al Nord quel disagio trovò una rappresentanza politica, mentre al Sud troppo spesso si preferirono clientele, rendite, carrozzoni gonfiati ad arte.
Già, i carrozzoni. Strutture create non per sviluppare, ma per legare. Enti, partecipate, sistemi di potere che non servivano a crescere, ma a mantenere dipendenze. Il Sud non è stato aiutato: è stato usato. L’industrializzazione del Mezzogiorno, troppo spesso, non è stata progetto ma sfruttamento. Il simbolo più grande è Taranto: una città trasformata nel laboratorio di una scelta indecente tra lavoro e salute. L’acciaio serviva all’Italia, ma i costi li pagavano solo i tarantini. Anche questa è Italia: un’Italia che prende senza restituire, che beneficia senza assumersi responsabilità.
Ecco la grande occasione mancata: trasformare il grido del Nord e il dolore del Sud in un’unica battaglia nazionale. Perché quelle ferite sono sorelle, non rivali. Ma qualcuno ha lavorato perché restassero separate. Perché è più facile governare un Paese diviso che un Paese consapevole. È più comodo inventarsi nemici interni che affrontare problemi veri.
Forse è arrivato il tempo di cambiare narrazione. Di tornare Italia. Non una geografia di sospetti, ma una comunità viva, dignitosa, solidale. Un’Italia che parla di lavoro, sanità, scuola, infrastrutture, giustizia sociale come temi nazionali, non territoriali. Un’Italia che smette di guardarsi con diffidenza e ricomincia a riconoscersi come unico popolo, persino quando gioca con gli epiteti.
Polentoni e terroni uniti dallo stesso sogno: vivere in un Paese giusto, libero, unito. Un Paese che non si costruisce dividendo, ma si ricostruisce tenendolo insieme.
















