C’è un balcone, una notte che dovrebbe essere di festa, i bagliori colorati dei fuochi d’artificio che squarciano il buio del Capodanno. E c’è uno smartphone puntato, acceso, pronto a trasformare tutto in contenuto. Il video parte e il gesto è rapido, quasi teatrale: alzare il braccio, premere il grilletto, sfidare il silenzio e le regole. Ma quella scena, apparentemente figlia dell’incoscienza, porta con sé un peso enorme. Perché a sparare non è un adulto, non è un criminale incallito. È un quattordicenne. Le immagini arrivate dalla notte di San Silvestro a Taranto mostrano un ragazzo, poco più che un bambino, affacciato al balcone mentre esplode alcuni colpi con una pistola a salve. A fare da cornice, una scritta provocatoria in sovrimpressione: «Buon anno a tutti tranne agli infami». Un messaggio pensato per colpire, per dividere, per farsi notare. E infatti funziona: il video rimbalza su «Facebook», «TikTok», su alcune testate online. Arrivano i like, le condivisioni, ma anche l’indignazione, la preoccupazione, la paura che quel gesto possa diventare imitazione.
Quattordici anni. Un’età in cui si dovrebbe ancora imparare a stare al mondo, a distinguere il gioco dalla realtà, il limite dalla trasgressione. Invece, da un balcone di periferia partono colpi (a salve, ma non è un’esimente) che fanno rumore, spaventano, evocano altro. Evocano una cultura dello sberleffo, dell’ostentazione, del «guardatemi» che troppo spesso scivola nella banalizzazione della violenza. E i social, ancora una volta, agiscono da amplificatore: rendono tutto osservabile, commentabile, replicabile. Trasformano un errore in performance.
La cronaca, però, aggiunge elementi che inchiodano questa storia alla realtà. La Polizia interviene subito. I Falchi della Squadra Mobile analizzano i profili social, incrociano immagini, riconoscono luoghi. La conoscenza del territorio fa il resto. Il ragazzo viene identificato e raggiunto in casa. Ammette di aver utilizzato una pistola a salve e di essersi fatto riprendere dal cugino. La madre consegna spontaneamente agli agenti una pistola a salve calibro 9. Nessun’altra arma viene trovata. Il video, intanto, sparisce dai profili riconducibili al ragazzo. Rimosso. Come se cancellare un contenuto possa cancellare il segnale che ha lanciato.
Ed è qui che la cronaca smette di essere solo cronaca e diventa specchio. Perché Taranto non è una comparsa neutrale in questa brutta storia. È una città complessa, stratificata, ferita e orgogliosa allo stesso tempo. Una città che convive da decenni con parole pesanti: crisi, emergenza, degrado. E che fatica a scrollarsi di dosso l’etichetta di luogo dove tutto è possibile, anche ciò che non dovrebbe esserlo. Qui certi episodi non arrivano come fulmini a ciel sereno. Non è la prima volta che un gesto sconsiderato, soprattutto tra giovanissimi, diventa notizia. Cambiano i dettagli, non la sostanza.
Il punto non è l’arma, vera o finta che sia. Il punto è il vuoto che quel gesto racconta. Il bisogno di esistere attraverso un atto eclatante, di misurarsi con l’adrenalina, di sfidare un mondo percepito come lontano, distratto, incapace di ascoltare. Dietro quel balcone non c’è solo un ragazzo: c’è una comunità intera che deve interrogarsi. Che messaggi stiamo trasmettendo? Quali modelli stiamo offrendo? Dove si è inceppato il patto educativo tra adulti e ragazzi? Non basta indignarsi sotto un post. Non basta archiviare tutto come una bravata. Le bravate passano, i segnali no. E questo è un segnale chiaro, rumoroso quanto quei colpi nella notte. Chiama in causa le famiglie, la scuola, le istituzioni, il quartiere, la città tutta. Chiama in causa anche chi racconta, perché le parole hanno il dovere di andare oltre lo scalpore e tenere insieme responsabilità e speranza. Taranto non è condannata a ripetersi. Può scegliere di cambiare, di investire sul futuro dei suoi ragazzi, di ricostruire argini culturali prima ancora che normativi. Ma il cambiamento non nasce da solo: va coltivato, giorno dopo giorno, con presenza, ascolto, esempi credibili.
«L’educazione è cosa di cuore», diceva Don Bosco. Forse è da lì che bisogna ripartire. Dal ricordarci che ogni balcone può essere piuttosto un punto di osservazione sul mondo che ci circonda. E che una città cresce davvero solo quando decide di prendersi cura dei suoi ragazzi, tutti quanti, prima che sia troppo tardi.















