La fotografia scattata al Sud Italia, alla fine di questo primo quarto del terzo millennio, non è delle più esaltanti.
Meno residenti e sempre più vecchi, tanti occupati in più grazie agli over 55 che non possono mollare e godersi la pensione, salari reali in netta decrescita poco felice e invece, quelli che dovrebbero lavorare per tante buone ragioni – giovani under 35 e donne – ancora troppo assenti dal mondo produttivo. Non c’è male, «potrebbe anche piovere» avrebbe detto Igor, interpretato dal mitico Marty Feldman nell’indimenticabile Frankenstein Junior.
Insomma sembriamo un popolo di vecchi misogini destinati a lavorare sino alla fine dei propri giorni. E allora non ci resta che fare il tifo per i giovani e per le donne, siano essi dipendenti, autonomi o imprenditori; anche solo per puro calcolo egoistico di maschi italici. Del resto anche i fondi del PNRR identificano l’empowerment femminile come una delle priorità strategiche della società. Quindi sembra che la donna, dopo aver dato vita all’uomo sia anche destinata a supportarlo per assicurargli una vecchiaia un po’ meno triste e povera. Come dire, oltre al danno anche la beffa. Proprio sullo stato dell’imprenditoria femminile, Unioncamere insieme all’Istituto Tagliacarne e Si.Camera, ci offrono una analisi puntuale con il loro rapporto appena pubblicato sull’Imprenditoria Femminile in Italia.
Così scopriamo che in tutte le regioni del Mezzogiorno e del Centro l’incidenza di imprese femminili sul totale delle imprese regionali supera il valore nazionale medio pari al 22,2% e che in alcune, come nella nostra Puglia, si assiste anche ad una crescita più sostenuta dal 2014. Evidentemente stiamo cercando di superare l’atavico «gender gap», divario di genere, anche in questo settore; bene. Le imprese delle donne risultano anche più resilienti essendo cresciute numericamente, sebbene di poco, nell’ultimo decennio a fronte di una decrescita del numero complessivo delle imprese; anche se la componente giovane, under 35, appare in diminuzione.
Sono più istruite, più motivate non scegliendo l’impresa come ripiego all’inattività ma come veicolo di autorealizzazione, più attente e sensibili al benessere dei dipendenti, ben consapevoli delle difficoltà per conciliare i tempi della vita lavorativa e privata. Purtroppo però anche «l’altra faccia della luna» delle imprese femminili fa registrare le proprie debolezze consistenti soprattutto nell’essere troppo concentrate in settori a bassa produttività, terziario e servizi, e una dimensione troppo micro oltre ad una presenza ancora residuale nel mondo delle start up innovative. Ma questo mondo rosa denuncia anche delle mancanze al sistema che dovrebbero far meditare tutto il sistema stesso, considerate le premesse fatte. Sono mancanze connesse alla difficoltà di accesso al credito che le induce ad una sana patrimonializzazione ma le strozza nella crescita.
Le cause sono il costo dell’indebitamento bancario ma soprattutto la necessità di garanzie e la lunghezza eccessiva delle complicate procedure di concessione del credito. Le liturgie del sistema bancario asfissiano la voglia di impresa delle donne. Che novità! Le imprese femminili sembrano chiedere a gran voce supporto alla nascita e alla crescita, anche con un corretto accompagnamento fra le diverse misure di finanza agevolata regionale e nazionale, e supporto nella gestione aziendale per sopperire alla scarsa «alfabetizzazione finanziaria» e favorire l’autorealizzazione.
Appare vitale per incrementare il tasso di crescita è necessario assisterle nelle prime relazioni con il sistema bancario, supportandole con le garanzie e rendendole più trasparenti, attrattive e consapevoli alle banche con adeguati piani di impresa; e assistendole costantemente nella crescita. Questa deve essere la mission per i prossimi anni per tutto il sistema delle banche e dei confidi. Noi di Fidit la sfida l’abbiamo raccolta e cerchiamo di vincerla ogni giorno. Viste le premesse, sarà un buon investimento per tutti.















