Lunedì 05 Gennaio 2026 | 10:59

La vecchiaia? Beh... E chi se ne frega!

La vecchiaia? Beh... E chi se ne frega!

 
Michele Mirabella

Reporter:

Michele Mirabella

anziano

«Lettere sulla vecchiaia,» opera, a due mani, con Monsieur di Saint-Evremond, di Madame Ninon de Lenclos è da proporre in questo tempo di attenzioni febbrili, ma non tutte utili per il corpo e la fisicità dell’essere al mondo

Domenica 04 Gennaio 2026, 13:05

Apro l’anno 2026 con una bella rilettura: libro Sellerio di anni fa, prefazione di Daria Galateria: Lettere sulla vecchiaia, opera, a due mani, con Monsieur di Saint-Evremond, di Madame Ninon de Lenclos. Mi sembra tempestivo proporlo in questo tempo di attenzioni febbrili, ma non tutte utili per il corpo e la fisicità dell’essere al mondo. Un’epoca ansiosa in cui vige la cura dell’esteriorità, nello spazio della relazione, accentrata sul feticismo del corpo. Questo, in quel 40 per 100 del mondo che sfrutta il 70 per 100 delle risorse del pianeta. Spudoratamente.

Ninon de Lenclos tenne a Parigi il suo salotto buono al principio del secolo dei lumi e allo scadere di quello del libertinaggio. Curiosità garbata, intellettualismo prudente, letture preziose. Gentildonna e letterata, praticò le ragioni dello scetticismo nel cuore dell’età bacchettona di Luigi XIV, ammaestrando eruditi, consunti aristocratici e rampolli di rango, nell’arte fine del godersi la vita sulle strade di un consapevole edonismo. Nell’ariosa dissolutezza calcolata di quell’opera speculativa che fu la sua esistenza, la vita si dipanò come una opera d’arte o, meglio e, forse, più wildianamente, visse l’arte della vita con maestria intelligente. Poteva inquietarla un solo inferno, quello indicato da La Rochefoucauld: «L’inferno delle donne è la vecchiaia».

E l’inferno degli uomini? Molta acqua è passata sotto i ponti della Senna e qualche Bastiglia di troppo è stata combusta da quando Madame de Lenclos teneva salotto ed era salutata come la maestra indiscussa del pensiero scettico ed elegantemente libertino, annoverando sul suo viso le implacabili nuvole degli anni che Voltaire descriverà, come «segni ripugnanti della vecchiaia». Fece a tempo a guardare nello specchio, con amarezza, le sue rughe e la malinconia dei suoi acciacchi.

Oggi Madame de Lenclos e La Rochefoucauld converrebbero che la vecchiaia vale anche come inferno degli uomini. Così siamo ammoniti da quella che, con termine sbrigativo che non piacerebbe ai nostri epistolografi, si chiama way of life, via a senso unico che si stende, perentoria, dalla cultura del corpo per arrivare all’irrinunciabile, edonismo salutista, all’efficienza tassativa, al giovanilismo dispotico. L’industria culturale (ignota a Ninon) avverte che si deve essere e restare giovani, sempre più giovani. E più belli.

Il culto pagàno del consumismo non transige su questo. Sul mercato si esita sempre di più la merce del binomio bellezza-successo. A tutti i costi. Ed è la bellezza a generare la salute. Non il contrario.

Che fa un certo maschio, oggi, quando constata il verificarsi naturale del processo di invecchiamento? Non si sente incamminato sul sentiero della «serena vecchiaia», ma s’immalinconisce come insulso rottame, residuo, ingombro. Accede ad un percorso, ben noto da sempre alle donne, quello verso «l’inferno». Sbagliato. Ma così imparano: chi edifica inferni, ancorché virtuali, prima o poi, è destinato a percorrerne il lastrico. Insomma: certi maschi raccolgono tempesta. E stanno lì, davanti a specchi impietosi a scrutare zampe di gallina, rughette d’espressione, maligne avvisaglie di pancetta. Quando non si devono rassegnare alla pancia vera e propria.

A tavola si celebrano rifiuti severi, si proclamano rinunce a fritti misti ed a peperonate, si brinda con bicchieri colmi d’acqua ad amori sempre più innocenti. E non potendo peccare più di tanto, prendono forza i rimpianti e evaporano i rimorsi. Ricattati dall’imperiosa moda, scopriamo il disagio e l’affanno di correre dietro agli idoli proclamati dalle patine dei giornali, dai «media» e dalla boutique di massa del consumismo insediata nel non luogo dei centri commerciali. L’industria culturale è pronta a soccorrerci e pubblicizza, vende, impone consigli, diete, prodotti, merci, chincaglierie parascientifiche, ciarlatanerie d’ogni risma, fatturando cifre enormi alle spalle delle nostre arteriosclerosi, delle impotenze repentine, delle impietose insufficienze epatiche, dei variegati stress da vita quotidiana, dei minacciosi rimbambimenti. E delle righe. Aggirarsi per questo mercato, questo sì, provoca un’ansia mostruosa. E se la smettessimo? E se accettassimo il piano e sereno scorrere del tempo, se considerassimo la nostra semenza per quello che è e, cioè, dolcemente effimera? Se bastasse fare una capatina ogni tanto dall’amico medico di fiducia, per ragionare, se riservassimo una saggia indifferenza al fluire del tempo? Se praticassimo una sana e intensa vita all’aria aperta fedelmente non trascurando amici sicuri? Se serenamente ci concedessimo una frequentazione solerte e convinta con sesso ed erotismo? Se usassimo di più del nostro corpo accontentandolo di tanto in tanto nei suoi piaceri della gola? Se gioissimo di più di quel che abbiamo senza soffrire per quel che non abbiamo? E non avremo più. Se, insomma, ce ne fregassimo di più?

Avremmo più tempo di praticare ottime compagnie, passeggiare con amici, assistere a buoni spettacoli, per esempio, e leggere buoni libri. Come questo Lettere sulla vecchiaia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)