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«L'Ilva impiega a Genova 1.500 persone mentre a Taranto garantisce stipendi a 11mila dipendenti»

Ilva

Lo stabilimento Ilva

Taranto e Genova, anche in un altro ordine, costituiscono un banco di prova probante per il Governo Conte. Unite dall'incertezza sul futuro dell'Ilva, costrette negli anni a piangere i morti provocati dall'incuria dell'uomo, dai mancati investimenti sulla sicurezza a cui per anni sono stati preferiti utili milionari, e dall'assenza di controlli da parte di uno Stato spesso anche connivente e come tale chiamato sul banco degli imputati, le due città attendono nei prossimi giorni, se non nelle prossime ore, parole chiare sul loro futuro.

L'Ilva impiega a Genova 1.500 persone mentre a Taranto garantisce stipendi a 11mila dipendenti.

Secondo i piani di Arcelor Mittal, la multinazionale dell’acciaio scelta quale acquirente nel giugno del 2017 dai commissari straordinari del siderurgico, con l'avallo del governo Gentiloni e il visto dell'Avvocatura dello Stato, a Genova dovrebbero esserci 600 esuberi mentre in riva allo Jonio 3.400. Un bagno di sangue inaccettabile per città che molto hanno dato sull'altare dell'interesse nazionale e molto altro, nel caso di Taranto, saranno costrette a dare se sarà scelta, come pare, la strada della continuità produttiva.

Il ponte Morandi collega il quartiere di Sampierdarena con Cornigliano, il cuore della città con il rione dove si trova l'Ilva. Nel 2005 la rivolta delle mamme di Cornigliano portò alla chiusura dell'area a caldo dello stabilimento siderurgico e allo spegnimento di altoforno e cokerie, con il trasferimento a Taranto di quella quota di produzione. Una classe politica molto accorta – quella genovese – non solo riuscì ad ottenere quello che a Taranto (la chiusura dell'area a caldo) in questi giorni complicati nemmeno chi cinque mesi fa ha fatto (vincendola) una campagna elettorale monotematica si sente di ripetere, o quanto meno di porre come questione pregiudiziale all'esecutivo gialloverde, ma anche – se non sopratutto – un accordo di programma che prevedeva e ancora prevede tutele per i dipendenti e benefici per la città ormai consolidati e difficili da scardinare.

Il crollo del ponte Morandi ha rallentato lo scioglimento del nodo Ilva malgrado manchino solo pochi giorni al 24 agosto, termine fissato dalla normativa per l'eventuale annullamento in autotutela della gara per l'aggiudicazione del complesso siderurgico, e al 15 settembre, dead line segnalata dai commissari straordinari per l'esaurimento della cassa e soprattutto per la sospensione degli effetti del contratto comunque siglato con Arcelor Mittal.

L'avvio delle procedure di revoca della concessione per l'autostrada A10, nel cui tratto ricade il ponte Morandi, dal punto di vista dell'Ilva può costituire un precedente giacché può essere la prova provata che il Governo se decide di rescindere un contratto già firmato, va fino in fondo. Nel caso dell'Ilva, peraltro, è già avvenuto che pur in assenza di sentenze della magistratura – che in fondo nel caso di «Ambiente Svenduto», il maxi processo chiamato a fare luce sul presunto disastro ambientale provocato dall'attività dell'acciaieria più grande d'Europa sono ben lontane dall'essere emesse – lo Stato abbia adottato provvedimenti drastici. Avvenne il 26 ottobre del 2012, quando l'allora ministro dell'ambiente Corrado Clini firmò una Autorizzazione integrata ambientale ben più rigorosa, prevedendo al punto numero 1 la copertura dei parchi minerali del siderurgico – di quella rilasciata il 5 agosto del 2011 dal suo predecessore Stefania Prestigiacomo. E il 5 giugno del 2013 il governo Letta commissariò l'Ilva, estromettendo la famiglia Riva dalla gestione e dalla proprietà, affidandola a persone di nomina governativa per gravi violazioni ambientali.

Nel caso di Arcerlor Mittal però si corre un rischio enorme ad annullare l'aggiudicazione di una gara sull'esito della quale nessuno ha mai presentato ricorso, l'Avvocatura dello Stato non ha eccepito rilievi tali da inficiarne la legittimità (ed escludiamo che un anno dopo l'organismo smentisca sé stesso) e il concorrente battuto non esiste più (la società AcciaItalia è stata messa in liquidazione). Il rischio è di trovarsi di fronte a un contenzioso milionario con Mittal, ad una azienda da rifinanziare, evitando gli strali dell'Unione Europea, per continuare a pagare gli stipendi e a una gara da rifare, con tempi stimabili in 6-12 mesi. Certo, nelle ultime ore l'ipotesi di un piano-B, con Arvedi – già socio di AcciaItalia – affittuario dell'Ilva ha ripreso a circolare con insistenza. Ma per evitare che al (presunto) pasticcio faccia seguito un altro pasticcio, è meglio che il governo stabilisca prima cosa ne vuole fare dell'Ilva, facendo così una scelta netta di politica industriale e ambientale, per poi procedere di conseguenza, senza farsi trascinare da eventi, emozioni e slogan.

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