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In Puglia e Basilicata

L'analisi

L’alleanza gialloverde alla prova grandi opere

Governo

Un paese moderno non può fare a meno di grandi opere da realizzare velocemente. Di Maio riuscirà a ricondurre il suo partito al realismo della politica in un mondo che corre o il «governo del cambiamento» difficilmente cambierà in meglio. E la Lega che farà?

18 Agosto 2018

Bruno Vespa

La tragedia di Genova potrebbe portare a un chiarimento definitivo tra Lega e Cinque Stelle sulla sorte delle Grandi opere. Già l’approccio immediato tra i leader delle due forze politiche è stato molto diverso. Il premier Conte e Di Maio si sono dichiarati subito favorevoli alla revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia «senza aspettare i tempi della giustizia», esponendo lo Stato al rischio di penali pesantissime e a ricorsi pericolosi. 

Salvini, più realisticamente, pensa a un congruo risarcimento per le vittime e a restituire al più presto a Genova e al suo scalo marittimo la piena agibilità.

La politica è l’arte del possibile, dice Otto von Bismarck, e mai come stavolta il viadotto Morandi – bello e fragilissimo – diventerà il simbolo di quello che la maggioranza di governo potrà e vorrà fare.

1. I ritardi burocratici. La società Autostrade aveva deciso nel 2015 lavori di consolidamento del ponte. I lavori sarebbero cominciati soltanto nel prossimo ottobre. Troppo tardi. Tre anni e mezzo sono inevitabili? L’impresa italiana Astaldi ha costruito in tre anni in Turchia il terzo ponte sul Bosforo lungo un chilometro e 400 metri e largo 59 (otto corsie autostradali). Sia Astaldi che Salini, l’altra impresa leader mondiale, scappano dall’Italia perché qui i tempi della burocrazia li ammazzano. In Italia il tempo medio per la costruzione di un viadotto è infatti di 14 anni.

2. Lo Stato ha il dovere di controllare i lavori delle concessionarie. Ma il capo dell’ufficio controlli del ministero delle Infrastrutture ha detto due anni fa in Parlamento che tra il 2011 e il 2015 il numero dei controlli è dimezzato perché gli ispettori debbono pagarsi di tasca propria le trasferte, rimborsate dopo cinque mesi. Evitano perciò i pernottamenti e – se possono – evitano di partire. In due anni nulla è cambiato.

3. Salvini ha chiesto all’Europa di darci mano libera nella spesa per investimenti e ieri il Financial Times si è schierato per una volta dalla sua parte. Ma il commissario europeo Oettinger ha ricordato che l’Italia ha avuto per il periodo 2014-2020 due miliardi e mezzo di euro da spendere in pubblici investimenti. Nel 2017 l’Italia era riuscita a spendere soltanto il 5,6 per cento del dovuto, la metà della media Europea. 19 progetti su 51 non saranno realizzati in tempo. È inutile chiedere soldi all’Europa se non sappiamo spenderli. I paesi dell’Est europeo, ai cui bilanci contribuiamo anche noi, sono cresciuti in dieci anni dal 21- 25 (Repubblica ceca e Romania) al 40 per cento (Polonia), mentre l’Italia è in decrescita del 4,45 per cento.

4. Alcuni ritardi sono dovuti allo schizofrenico regionalismo italiano per cui (si veda il Tap pugliese) un puntiglio locale riesce a paralizzare un’opera trasnazionale. Lunedì scorso l’inviato in Puglia del New York Times raccoglieva le accuse di tradimento degli elettori 5 Stelle contrarie al Tap perché alla fine il gasdotto si farà. Un conto è stare all’opposizione senza alcuna esperienza di governo – diceva il giornale – altro è il realismo della politica.

5. Alla fine forse si farà anche la Gronda, il grande circuito autostradale che avrebbe dovuto alleggerire il traffico sul Morandi e sostituirlo «quando il ponte crollerà», aveva detto nel 2012 il presidente degli industriali genovesi. Finora il M5S – Grillo in testa - aveva sempre bloccato l’opera. È prevedibile che si ravveda, troppo tardi.

6. Un paese moderno non può fare a meno di grandi opere da realizzare velocemente. A Pechino l’intera sostituzione di un lungo tratto di un ponte attraversato ogni giorno da 200mila automobili è avvenuta in 43 ore e un grattacielo di 53 piani è stato costruito in 19 giorni. Il grillismo ha sempre avuto un’ideologia paleo ambientalista puntata sulla decrescita felice. O Di Maio riuscirà a ricondurre il suo partito al realismo della politica in un mondo che corre o il «governo del cambiamento» difficilmente cambierà in meglio. E la Lega che farà?

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