Giovedì 19 Settembre 2019 | 21:15

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Istria e foibe, a Bari il film sull'altra verità negata

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«Red land - Rosso Istria non è un film come gli altri e si connetterà alla memoria familiare di tanti esuli istriano-dalmati che hanno trovato in Puglia rifugio dopo la seconda guerra mondiale. Sarà proiettato fino al 5 dicembre al Ciaky di Bari (spettacolo unico alle 20,40) e costituisce una occasione per aggiungere una pagina della identità nazionale strappata per conformismo: diretto da Maximiliano Hernando Bruno, ha nel cast Selene Gandini, Franco Nero e Sandra Ceccarelli. La trama narra la vicenda straziante di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana stuprata e ammazzata perché italiana dai partigiani comunisti di Tito nel 1943. La sua fine fu un vero calvario e il suo sacrificio non è mai finito nel pantheon di un certo femminismo a senso a unico.

Il rosso è il colore delle cave di bauxite diffuse in terra istriana, mentre rosso sangue divennero le foibe, cavità carsiche nelle quali furono giustiziati - ovvero lanciati nel vuoto da vivi - tanti prigionieri italiani legati l’un l’altro da filo spinato. E così il rosso diventa un po’ il colore della vergogna per chi ha abdicato al dovere del ricordo (fino alla legge del 2004 che riconosce il 10 febbraio come giornata degli esuli istriano-dalmati) per non irretire Tito e la Jugoslavia con il suo comunismo equidistante dall’Urss. E rosso è anche il colore dell’imbarazzo della sinistra italiana verso i profughi istriani: quando arrivò alla stazione di Bologna il treno degli esuli di Fiume e Zara, i comunisti locali non permisero con una sommossa nemmeno che la Croce Rossa potesse rifocillare con acqua e latte i bimbi nei vagoni. Una storiografia negazionista collega il dramma delle foibe unicamente all’occupazione italiana di Istria e Dalmazia e al riguardo lo scrittore Aldo Cazzullo ha chiarito i termini della questione: «Nulla indigna i parenti delle vittime più di stabilire un nesso diretto tra i due eventi. Perché nelle foibe non finirono i responsabili delle stragi nella Jugoslavia occupata. Finirono italiani “colpevoli” di indossare una divisa, fosse anche da bidello. “Colpevoli” di essere italiani».

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