Sabato 10 Gennaio 2026 | 02:23

Expat, fuga e nostalgia: viaggio dal Salento all’Emilia tra ricordi, famiglia e provviste

Expat, fuga e nostalgia: viaggio dal Salento all’Emilia tra ricordi, famiglia e provviste

 
Fabiana Pacella

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Fabiana Pacella

Expat, fuga e nostalgia: viaggio dal Salento all’Emilia tra ricordi, famiglia e provviste

Alberi smontati, lucine spente, presepe disfatto, i fuori sede hanno preso la via del ritorno. La felicità per i fuori sede è una parentesi breve tra le parole «parto» e «ritorno»

Venerdì 09 Gennaio 2026, 11:20

Alberi smontati, lucine spente, presepe disfatto, i fuori sede hanno preso la via del ritorno. Quel Sud popoloso che abita regioni e città altre, sparpagliato ovunque a chilometri da luoghi e famiglie delle origini, ha riempito smartphone di brindisi e sorrisi, borse e valigie di ricordi e cose buone da mangiare ed è tornato al Nord. Qualcuno in auto, macinando chilometri e imprevisti come da rientro di massa.

Siamo saliti in auto con un «expat» di casa nostra, percorrendo 950 km dal Salento all’Emilia Romagna, da Leverano (Lecce) a Bogolese (Parma), insieme a Francesco, 48 anni, al Nord da quando ne aveva 25. È nato nella terra delle vigne, ha deciso di restare in quella del parmigiano. Cuore diviso a metà, un’altalena dell’anima che torna ad oscillare ad ogni scatto di ferie.

Saliamo in auto con lui, per vivere da vicino il battere e levare di aneddoti, sentimenti e topics degli emigrati di ultima generazione. Partenza ore 9:30. Nel cofano della station wagon, trolley, appendino con l’abito elegante di Capodanno e gli immancabili «pacchi da giù», preparati da mamma Ada e da Fabiola, la sorella. Con precisione chirurgica da magazzinieri di lungo corso. Tanta di quella roba che le provviste basteranno fino a luglio.

Sedici gradi di scirocco, cielo nuvoloso, massimo sette ore e raggiungeremo il parmense. Baci, abbracci, un’emozione che si scioglie negli occhi di papà Mimino e mamma che ormai hanno i capelli bianchi e hanno visto salire e scendere quel figlio così tante volte ma ancora non ci hanno fatto il callo. Al massimo due soste in autostrada, si arriverà per cena: percorso, orari, tabella scelti con cura.Per stare nei tempi.

Si parte! Sosta veloce sotto il cavalcavia all’ingresso di Brindisi, c’è Vincenzo di Mesagne ad aspettarci. Non parte con noi, contrattempo, la madre è in ospedale, e ci si scambia un abbraccio per strada da buoni amici, un arrivederci a Parma quando il momentaccio sarà passato. Velocità di crociera 110 km/h. Pioggia a tratti, tutto nella norma.

Fino all’arrivo degli imprevisti: lavori in corso, rallentamenti, code e…l’assalto a un portavalori all’altezza di Ortona, in Abruzzo, sulla A14.

Arrivano le prime chiamate da casa: «Tutto bene? Quanto vi manca? Vedi Francè che ti ho messo in macchina una busta con qualcosina per il viaggio». Ada ha imbottito ben 10 panini (non immaginate paninetti ma dei veri e propri filoncini), prosciutto e formaggio, poi scopriamo che in una busta di dimensioni medie c’è tanto di quel cibo che basterebbe per un reggimento: tè, succhi di frutta, biscotti al cioccolato, patatine, salatini, grissini al cacao, caramelle, pizzette, banane, acqua da due litri.

Chilometri dopo chilometri, tra marce ingranate e decelerate, quella busta somiglia alla borsa di Mary Poppins: un serbatoio senza fondo. Si allungano i tempi, la musica fa compagnia tanto quanto quelle chiamate: «Ma almeno hai mangiato?», quel famigerato «ti amo» delle mamme camuffate da nutrizioniste all’ingrasso.

«Ero un ragazzino quando sono salito su, non sapevo che cosa mi aspettasse, dopo l’alberghiero mi sono trasferito lì perché c’era mia sorella all’epoca. Ho iniziato lavorando nei bar, poi man mano le opportunità sono fioccate, a Parma se hai voglia di lavorare le possibilità non mancano», racconta Francesco, oggi dipendente di una ditta di automotive.

Prima sosta appena usciti dalla Puglia, un caffè per rimanere svegli, i primi due panini vanno e si riprende. Un’altra sosta soltanto prima di arrivare. «Ma dove sei Francè? - la mamma in vivavoce -. Io e papà andiamo a riposare, abbiamo finito di lavare i piatti. Ci sentiamo stasera quando ci svegliamo».

Il tempo lento del loro pisolino è un inseguirsi di code e caos in strada. Fino a Pescara è un macello. Reso meno gravoso dalle coccole caloriche stipate in quella busta sul sedile posteriore. Cambiano le temperature, la colonnina del termometro scende piano piano, davanti a noi chilometri di autostrada, nel cuore il mare di Porto Cesareo e i pasticciotti che hanno regalato acquolina e almeno una taglia in più in 15 giorni.

In auto c’è anche Valerio, fratello maggiore di Francesco, sarà a casa sua qualche giorno per poi rientrare a Leverano, dove vive. Guidano a turno, sorridono delle chiamate da casa, prendono in giro la sorella e cominciano a sbuffare perché sì, è veramente tardi e la stanchezza inizia a farsi sentire.

E se Lucio, amico storico d’infanzia appena lasciato nel Salento, manda messaggi di saudade in attesa delle prossime vacanze, a nord ci sono Domenico e quella seconda famiglia che Francesco ha costruito con lo stesso affetto e la stessa forza, tra nebbia e insediamenti industriali. «Dome’, un casino per strada, abbiamo quattro ore di ritardo, saremo lì per cena. Aspettateci, ché sto portando le orecchiette e i pizzarieddri con la salsa della mamma, è il cacio ricotta della masseria».

La borsa pret à manger nell’abitacolo è semi vuota, di chilometri per casa, l’altra casa, ormai ne mancano pochi, si arriva a Parma che sono le 20:30, 11 ore dopo la partenza. «Andiamo da Domenico, mangeremo i suoi arrosticini abruzzesi e la nostra pasta fatta in casa». È attorno ad un tavolo amico che si riuniscono e si mescolano le storie di due pezzi d’Italia diversi, entrambi lontani dai luoghi delle radici, arrivati e abbracciatisi per sorprendenti incastri del destino a nord.

Domenico calciava in serie A qualche anno fa, una maglia importante, oggi è un imprenditore. È di Parma a tutti gli effetti, ma l’accento rimane abruzzese come quello di Francesco salentino. I sentimenti, i sapori, le malinconie e i sogni si incontrano davanti al cibo buono, una carezza per mandare giù la consapevolezza di avere il cuore a metà. Per scelta o per necessità, ognuno sa dentro di sé.

Un freddo «becco», meno tre gradi, è ora di andare. Quella station wagon ha ancora una carezza da svelare: il «cofano da giù» (ché pacco sarebbe troppo riduttivo considerata la mole).

Francesco e Valerio portano in casa, un appartamento di Bogolese, l’amore di Ada, Fabiola e Mimino. È notte fonda ma vale la pena spiare prima e mettere in dispensa poi: pasta fresca fatta in casa, salsa di pomodoro genuina di quella che si prepara in estate, tonno in scatola e tonno sott’olio fatto dalle manine sante di Fabiola, carne da congelare, formaggi freschi, pacchi e pacchi e pacchi dell’imancabile caffè Quarta vera carta d’identità di ogni salentino trapiantato a qualsiasi latitudine del globo terracqueo, verdura, e ancora biscotti e cura senza fine.

«Ma siete arrivati?», la chiamata nel cuore della notte. «No mamma, siamo ancora in autostrada!», e scoppia una risata. La buonanotte, oggi come nei giorni a venire, «ce la daremo per telefono - scuote la testa Francesco -. Tornerò giù la prossima estate. La mia vita è qui a Parma anche se mi mancano loro, ma si fanno sempre dei compromessi, si rinuncia a qualcosa per qualcos’altro e viceversa. Completamente felici? E chi lo è davvero?».

La felicità per i fuori sede è una parentesi breve tra le parole «parto» e «ritorno».

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