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Al Getty Museum

Dalla Puglia agli Usa l’arte magnogreca racconta gli Inferi

A Malibù un cospicuo prestito del «MarTa» e dello «Jatta» per «Immaginare l'aldilà»

Dalla Puglia agli Usa l’arte magnogreca racconta gli Inferi

TARANTO - Al Getty Villa di Malibu troneggia il colossale Cratere a figure rosse di Altamura. L’opera prodotta nella Taranto magnogreca costituisce il reperto-simbolo della mostra internazionale Underworld: Imagining the Afterlife, incentrata sul culto mitologico dell’aldilà. Inaugurata il 31 ottobre scorso, l’esposizione è visitabile sino al 18 marzo del 2019 presso la grande villa affacciata sull’oceano Pacifico che il magnate del petrolio Jean Paul Getty fece costruire nei primi anni Settanta ispirandosi alle dimore greco-romane. Nella sede dell’antichità del famoso museo californiano, oltre la metà dei settantacinque reperti in vetrina proviene dal Sud Italia ed in particolare dai siti indigeni della Puglia e della Lucania, con un autentico «giacimento» archeologico che affonda le radici in Taras, la colonia tarantina della Grande Grecia.

A recare dettagliate rappresentazioni dell’oltretomba mitologica, tra il VI secolo a.C. ed il I d.C., vi sono una quarantina di vasi funerari appartenenti alla classica produzione apulo-lucana (Taranto, Canosa e Pisticci i certi luoghi di provenienza) che accomuna i prestiti alla mostra del Getty Villa da parte di musei di attrazione mondiale: Collezioni Nazionali di Oggetti Antichi di Monaco di Baviera, Museo di antichità e Collezione Ludwig di Basilea, British Museum di Londra, Museo delle Belle Arti di Boston, Met di New York, Biblioteca nazionale di Francia, Museo di Arti Visive di Baltimora, Museo d’Arte di Toledo. Accanto a queste realtà occupano un prestigioso spazio espositivo dodici oggetti concessi da due musei archeologici pugliesi. Lo Jatta di Ruvo è presente con un cratere a volute - databile 350 a.C. - raffigurazione tipica dell’Erinni infernale attribuito al Gruppo Suckling-Salting ed un cratere a calice a figure rosse, emblema del simposio, firmato dal Pittore di Tarporley alla fine del IV secolo avanti Cristo. Dal MArTA di Taranto giunge invece un prestito corposo: cinque appliques fittili con tracce di doratura di fine IV secolo a.C., quattro figurine in terracotta di recumbenti datate tra l’ultimo quarto del VI secolo a.C. e metà IV a.C. ed un Kalpis protoitaliota a figure rosse di fine V secolo a.C. rinvenuto nel Santuario della sorgente di Saturo. Questo, allocato nell’ipotetico luogo delle origini di Taranto, racchiude una scena d’Oltretomba di «Orfeo ed Euridice». L’opera è un estratto della vasta produzione mitologica del MArTA, la cui presenza a Los Angeles, come evidenzia la direttrice Eva Degl’Innocenti, «va oltre il semplice prestito, in quanto da questa sinergia espositiva con il museo americano sarà generato un protocollo d’intesa di co-curatela scientifica, che valorizzerà il MArTA ed il suo territorio jonico».

Dalla Puglia figlia dell’opulenta Magna Grecia al Getty Villa simbolo del mecenatismo culturale americano in un viaggio a ritroso nel tempo, che arriva sino a 2500 anni prima di Cristo, in un’esposizione che contiene anche trentacinque altri lavori «che sono stati scelti per mettere in risalto i famosi abitanti dell’Ade e per esplorare i modi in cui le persone cercavano di raggiungere un aldilà più felice» dichiara David Saunders, curatore della mostra e associato al Dipartimento d’antichità del «Paul Getty». La realtà californiana ha garantito il sostegno per il restauro dell’opera su cui ruota la mostra Inferi: immaginare l’Aldilà, che proviene dal Museo Nazionale Archeologico di Napoli, co-organizzatore dell’evento. È il Cratere di Altamura, databile attorno al 350 avanti Cristo, che il direttore del Getty Museum Timothy Potts definisce «magnificente per la sua rappresentazione degli Inferi con più di venti figure mitologiche tra cui gli dei Ade e Persefone, il musico Orfeo, l’eroe Eracle e Sisifo, punito per l’eternità a far rotolare un masso gigante su una collina». L’autore dell’opera fa parte della cerchia del Pittore di Licurgo, che deve il suo nome al tema della pazzia del mitico re tracio degli Edoni. Un degno rappresentante della colorata produzione vascolare apula, in certi tratti antesignana del Barocco. «Grazie a questa mostra, che è un’intelligente operazione di export culturale, migliaia di persone conosceranno tesori che mai avrebbero potuto scoprire e che potrebbero stimolare la curiosità di vederne altri, venendo in Italia» commenta la direttrice dello Jatta Elena Silvana Saponaro, per l’occasione ambasciatrice del Polo Museale della Puglia a Los Angeles.

Gli «Inferi» erano una prospettiva oscura per la maggior parte dei greci antichi, caratterizzata principalmente dall'assenza dei piaceri della vita. Il tormento perpetuo attese solo i peccatori più eccezionali, mentre solo pochi eletti legati agli Dei dell'Olimpo godevano di un paradiso eterno. Eppure, come la mostra del Getty Villa rivela, gli individui hanno cercato modi per assicurarsi un’esistenza benedetta nell'aldilà. L'iniziazione ai Misteri eleusini, un festival annuale della Grecia vetusta, prometteva fortuna sia in questo mondo che nell'altro. Il tema, ultramillenario, sopravvive sino ai giorni nostri. Il merito va attribuito anche alla produzione artistica che rievoca la ricchezza dell’Apulia che fu.

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