«Ho cercato di lavorare un po' di più sull'identità, forse alcuni pezzi sono più cupi e malinconici, ma alla fine si gira intorno alle solite cose, introspezione, riflessioni, ma sempre con ironia». Con queste parole il toscano Costì, Cosimo Ravenni, cantautore e bassista degli Street Clerks, descrive «Son cose che succedono», nuovo EP uscito per Under Roof Dischi e disponibile su tutte le piattaforme. Un lavoro in sei tracce che parte dal cantautorato pop di ispirazione vintage e che arriva dopo l'album d'esordio del 2023, «Masochismo puro piacere». Costì, che ha scritto tutto il disco e lo ha prodotto insieme a Marco Carnasecchi, presenterà l'EP dal vivo il 25 aprile al Glue di Firenze.
Qual è stata la genesi di queste tracce, aveva qualcosa nel cassetto o è arrivato tutto insieme?
«Avevo cominciato a scrivere delle cose già lo scorso anno intorno al periodo di Sanremo (dove gli Street Clerks avevano accompagnato Alessandro Cattelan per il Dopofestival, ndr.): quando sono rientrato ero un po' confuso, sentivo di fare cose senza riuscire a trovare una vera direzione. Poi un amico mi ha detto: "Ma tu devi scrivere canzoni, fregatene, fai le tue cose". E da lì è partito il flusso: ci ho messo più tempo a capire quando farle uscire, come farle uscire, che senso dare al progetto».
E nelle tracce parla molto di relazioni irrisolte e fragilità affettive: c'è qualcosa di terapeutico?
«Sì, sono proprio terapeutiche, e le canzoni parlano tutte di me. Spesso uso come soggetto una ragazza o qualcun altro, ma in realtà sono sempre cose che rivedo in me stesso. Mi riesce meglio parlare di cose che sento, esperienze che mi sono capitate. L’unica un po’ diversa è Fortunato, nasce dal fatto che l’anno scorso mi sono rotto un dito, parla della mano, del dito rotto, è una canzone più leggera. L’ultima, Il filo, invece l’ho scritta pensando a un amico in particolare, con riferimenti molto precisi: parla di una relazione finita ma che in realtà continua, con strascichi strani. È una dinamica in cui tanti si possono identificare».
Invece in Firenze è un bel posto la città diventa quasi un personaggio. Quanto contano i luoghi nella sua scrittura?
«Molto. Mi piace coglierne gli sguardi particolari. Ho la fortuna di avere una casa in campagna, tra l'altro vicino a un cimitero… pianoforte, luci soffuse, si presta molto bene al "disagio", e a me piace cullarmi nel "disagio" quando lo sento. Firenze è un bel posto l’ho scritta d’estate, perché la città ad agosto è vuota, tutti vanno in vacanza e io me la godo. È una città che mi ispira molto in quella dimensione malinconica».
Con gli Street Clerks a che punto siete?
«Siamo un po’ in pausa con la TV, però abbiamo ricominciato a vederci una volta a settimana, cosa che non succedeva da anni.
La tv è stata molto totalizzante, poi nel frattempo ci sono stati matrimoni, figli... Però musicalmente siamo forti e ci stiamo ritrovando in quella dimensione».
Quali sono i suoi riferimenti musicali, nel passato e nel presente?
«Nel passato direi senz'altro Ivan Graziani, l’ho sempre amato. Ora è tornato molto di moda, quindi ho dovuto trovare un altro idolo: Gianni Togni. È sottovalutato, ha scritto tante cose bellissime, album pazzeschi. Lo ammiro molto. Nel presente direi tutto il filone Lucio Corsi, Brunori Sas, Baustelle, li sento vicini. Anche se cerco di essere onnivoro: ultimamente ho ascoltato anche l’ultimo disco di Fabrizio Moro. Non è quello che farei io, ma è sempre positivo aprire l'orecchio su tutto».
















