Da tappezziere a mastro yogurtiere con 20 punti vendita aperti in Italia, una rivoluzione dolce che parte da Altamura diciotto anni fa e punta a crescere senza dimenticare mai le sue radici. «La mia ispirazione è stato Pasquale Natuzzi. Quando lo dico mi emoziono, ma è la verità. Io ho iniziato imbottendo i suoi salotti, ma in quegli anni ho imparato molto di più: l’etica del lavoro, il rispetto assoluto per il cliente, la spinta a costruire ma senza mai perdere di vista il valore della tua terra, anzi esaltandola». Giuseppe Picerno oggi fa il bilancio delle sue scelte e può raccontare una storia fatta di «azzardi» o «sacrifici» a seconda di come si vuole leggere.
«Dopo la Terza media sono subito andato a lavorare. Il venerdì ho finito gli esami, il lunedì successivo ero già a bottega da un falegname». Erano i ruggenti anni ’90, la Murgia valley del salotto, il boom alle porte, la crescita tumultuosa di Altamura e di tutto il suo distretto. Dall’esperienza in falegnameria al salottificio Natuzzi è un attimo. «A metà anni ’90, un lavoro in Natuzzi equivaleva al classico “posto fisso”. Io mi sono subito trovato bene, era la mia dimensione, potevo creare, mi piaceva vedere il prodotto finito, pensavo a chi avrebbe usato quel divano».
Una scuola di vita oltre che di lavoro, ma Picerno ha una marcia in più, non si limita a imbottire salotti, assorbe come una spugna. Guarda a quello che un imprenditore come Pasquale Natuzzi dice, al suo impegno in azienda e impara. Ancora oggi il codice etico consegnato all’epoca a tutti i dipendenti è una sorta di Bibbia che Picerno applica nella sua azienda.
Quando si incominciano ad intravedere le prime nubi in fabbrica, con l’arrivo degli ammortizzatori sociali, capisce che è il momento di spiccare il volo. «Io sono stato orgoglioso di aver fatto parte degli anni del successo, mi sono assunto le responsabilità del dopo. Sentivo di appartenere ad una famiglia, ma ho iniziato anche ad interrogarmi sul futuro. Mi sono guardato attorno. Io sapevo fare solo il tappezziere. Ho pensato: che faccio? Mi apro una mia fabbrica? Ma il settore già scricchiola. Un bar? Ad Altamura all’epoca c’erano 128 bar. Un pub, una pizzeria? Ricordo quante notti stavo sveglio a pensare. Poi ho pensato alla mia passione per gli yogurt e mi sono detto, perché no? Ad Altamura una yogurteria non esiste».
Ma i primi passi sono difficili. Nessuno vuole appoggiarlo. Tantopiù che Giuseppe Picerno non ha alcuna competenza né imprenditoriale, né nella produzione di yogurt e gelati. «Sono partito da zero, da completo autodidatta e soprattutto senza alcuna esperienza. Ho individuato un locale, l’ho preso in affitto ancora prima di sapere come fare. Ma mi dicevo: preferisco rischiare oggi che vivere tutta la mia vita con il dubbio di una esperienza che non ho fatto. Mi sono dimesso, tra la sorpresa di tutti. Ho investito tutto il mio tfr, ho dovuto chiedere aiuto ai miei genitori che per me hanno dato a garanzia casa loro. Sei mesi dopo inauguravo la mia yogurteria. Al mio fianco mio fratello Francesco anche lui che arrivava dall’esperienza dei salotti. Lo ricordo ancora quel primo giorno, 18 aprile 2008, il locale pieno di gente ed io che non riuscivo neanche a fare bene una crepe. Ho rischiato e tanto. Le persone credono che fare l’imprenditore è una esperienza tutta di rose e fiori, non è così. Io mi sono trovato che ancora il locale non era avviato e non sapevo come pagare l’affitto. Ho dovuto chiedere aiuto alla allora mia fidanzata, agli amici…».
Oggi la yogurteria di Giuseppe Picerno non solo è una attività avviata e di successo, ma che ha dato vita ad altre 19 sedi avviate in franchising in sette regioni. Solo ad Altamura si contano sei dipendenti, in tutto sono 98 famiglie tra gli altri imprenditori che hanno avviato le attività nelle varie città. «In tanti, quando ho avviato la yogurteria ad Altamura, venivano e sentenziavano: “non reggerà neanche un anno”. Ne sono passati 18. Durante il Covid non ci siamo mai fermati, facevamo le consegne a casa. Si liberò un locale vicino e lo presi in affitto con il progetto di ampliarmi nonostante il momento difficile. E non ho mai dimenticato la lezione di Pasquale Natuzzi, il suo impegno per la nostra terra. Persino la parola “franchising” la prima volta l’ho sentita dal mio ex datore di lavoro: non sapevo neanche cosa significasse, ho imparato facendo. Ho attraversato momenti di tempesta, ma so anche che dopo arriva la calma ed è allora che devi spingere più forte».
«Io oggi mi guardo e mi rendo conto di quello che ho costruito. E non ho nessuna intenzione di fermarmi. Quest’anno compio 18 anni della mia attività e nonostante l’esperienza accumulata quello che mi muove è la stesso entusiasmo del primo giorno, la voglia di costruire, di fare qualcosa per cui spero potrò essere ricordato, che lascerò alle mie figlie e ai figli di tutti i miei collaboratori e colleghi imprenditori. Sono orgoglioso dei posti di lavoro che garantisco, quando vedo i volti felici di chi compra un mio gelato. Sì, ne è valsa la pena. Di tutto».
















