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La recensione

Torna la musica densa e affascinante di Rino Arbore

«Termporary life?» è l’ultimo cd pubblicato dal chitarrista barese dopo sei anni di silenzio

Torna la musica densa e affascinante di Rino Arbore

Parte da una suggestione fotografica «forte» l’ultimo cd del chitarrista barese Rino Arbore. All’origine di Temporary life? – questo il titolo dell’album edito dall’etichetta pugliese Dodicilune – ci sono delle immagini che rimandano all’orrore inspiegabile, ingiustificabile, del lager nazista di Auschwitz; lo stesso orrore che si percepisce nello sguardo terrorizzato, incapace di comprendere, della tredicenne polacca Czeslawa Koka, ritratta per gli archivi del campo di concentramento da Wilhelm Brasse, detenuto anch’egli, ma con il compito di fotografo ufficiale.

Immagini che lasciano il segno e che se, nel caso della Koka – che sarebbe morta solo tre mesi dopo – enfatizzano quegli orrori che l’uomo sa commettere con ineguagliabile ferocia, nell’album in questione propongono una musica densa, dall’emotività profonda, capace di porre l’accento sull’ineffabilità della nostra permanenza in una vita che, come ricorda il titolo, resta sempre legata a una incontrollabile «temporaneità». E diciamolo subito, Temporary life? è un disco che affascina e inquieta al tempo stesso, nel quale Arbore si conferma un chitarrista di rango, ma ancor più un compositore in grado di dominare forme e linguaggi, sintetizzandoli tra loro con grande autorevolezza.
Ecco allora che nei dieci brani in scaletta, tutti a sua firma, l’America si specchia nell’Europa attraverso la musica modale, i Coleman – l’armolodia di Ornette, la M-Base di Steve – si incrociano con le avventure moderniste della Ecm d’annata o con il Brit-Jazz degli Anni ’70 (leggete Charig, Dean e dintorni), per confluire in un complesso, affascinante gioco sonoro dalle combinazioni strumentali cangianti che annulla la classica distinzione tra temi e assoli, prediligendo piuttosto la continua ricerca di polifonie e contrappunti.

Il viaggio prende le mosse dallo sfilacciato Temporary Life?, per approdare all’andamento bizzarro di Czeslawa cries, ricco di tensione drammatica. Nie rozùmiem cie s’impone per un funk allucinato, esaltato dal sound asprigno del sax alto di Mike Rubini e dal drumming nervoso di Pippo D’Ambrosio, mentre in The train at dawn la sezione ritmica sostiene con nerbo… ferroviario l’intenso dialogo fra la chitarra di Arbore e la tromba di Giorgio Distante. Al dinamico Dance of pigs si contrappone la melodia sinuosa e al contempo sinistra di Fabrika, mentre L’amore profondo è una ballata di stampo metafisico cui Distante conferisce dei toni dolenti à la Kenny Wheeler. Block ha un tema severo dalle geometrie spigolose cui fa seguito il breve Wilhelm Brasse, tutto giocato fra echi e ridondanze. Infine, Corpi inutili si dipana sul canto cupo del contrabbasso di Giorgio Vendola, racchiuso in una efficace cornice dei fiati.
Ci sono voluti sei anni perché Rino Arbore tornasse a proporre un proprio lavoro discografico. Sei anni densi di lavoro e riflessioni che Temporary life? racchiude e documenta con una musica che non fa nulla per compiacere gli ascoltatori, ma che al contempo ne sa stimolare l’attenzione e le riflessioni. Capacità questa che appartiene decisamente a pochi.

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