Giovedì 24 Gennaio 2019 | 14:13

LETTERE ALLA GAZZETTA

Una sorta di giudizio di Dio di nome referendum costituzionale

Il referendum sulla riforma Costituzionale, che il 4 dicembre dovrà dire se gli italiani accettano di modificare la Costituzione, sta diventando, dal punto di vista emotivo e politico, non una consultazione ma una sorta di «giudizio di Dio».
Difficile tranquillizzare tutti e dire adesso che il voto non deciderà le sorti del Paese. Ci credono in pochi.
Nessuno è esente da colpe in questa escalation, per primo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che ha caricato di significati personali l'esito del referendum, trasformando il voto in sondaggio sul gradimento del suo operato.
Chi aveva pensato mesi fa, all'inizio di questa estenuante campagna elettorale, che il «sì» avrebbe vinto passeggiando, ha avuto il tempo di ricredersi. I sondaggi in vista del 4 dicembre indicano una sostanziale incertezza.
La conseguenza è che tutto è fermo in attesa del responso delle urne. Così, ad esempio, il ddl sulla concorrenza, che doveva spingere il paese sulla via della modernizzazione riformando notai, farmacie, assicurazioni continua a non arrivare all'approvazione finale. Arrivato in Senato un anno fa non è ancora stato esaminato dall'aula di Palazzo Madama e non figura in calendario fino all'inizio di novembre. Il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, ha annunciato di voler aprire un confronto nel governo per capire cosa fare, dal momento che la riforma fa parte degli impegni presi con l'Unione europea.
Il «Financial Times» ha affermato che l’accoglienza calorosa della Casa Bianca è «l’abbraccio a un alleato in difficoltà». Il che non può essere negato: la stagnazione economica è un dato di fatto.
Un paio di settimane fa, lo stesso quotidiano economico di Londra, aveva definito «un ponte verso il nulla» la riforma di Renzi, sottraendosi al coro apocalittico dei mercati finanziari e di alcune agenzie di «rating».
Aspettando di sapere cosa accade gli istituti che si occupano del rating del nostro Paese, hanno comunque riposto i dossier nei cassetti ma sono pronti a intervenire con pagelle severe.
Moody's è stata l'agenzia più esplicita, invitando le banche italiane con scarsa capitalizzazione a provvedere al più presto agli interventi necessari. «Le quattro banche più deboli in particolare (Mps, Carige, Veneto Banca e Popolare Vicenza) per Moodys' dovrebbero ridurre gli Npl e andare a chiedere capitale. Ritardare e farlo dopo un referendum negativo per il governo potrebbero spingere gli investitori a non partecipare all'aumento».
L’agenzia di rating canadese Dbrs, che in estate aveva annunciato la possibilità di abbassare anticipatamente il rating dell'Italia, ha fatto parzialmente rientrare la minaccia con un «valuteremo dopo il referendum»: il che si traduce in un «se vince il “no” l'Italia viene declassata».
Ma anche il fronte del «no» sta vivendo giorni cruciali, soprattutto nel campo del centrodestra.

Francesco Sannicandro, Bari

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