Mercoledì 23 Gennaio 2019 | 08:53

LETTERE ALLA GAZZETTA

Riforme, speriamo che i fatti seguano alle intenzioni

La riforma costituzionale è un grande problema storico-politico, che riguarda tutti i cittadini e richiede tutte le competenze - di storici, politologi, economisti, sociologi, e altri ancora - che sono necessarie per valutare le cause e soprattutto le conseguenze di un mutamento di tale rilievo.
Dobbiamo migliorare le capacità decisionali della nostra democrazia - l’efficienza delle istituzioni, la competitività dell’economia, il rispetto delle leggi - quali che siano le nostre idee politiche.
La Costituzione del 1948, come storici e giuristi hanno ampiamente documentato, è stato il frutto non solo di un compromesso tra orientamenti ideologico - culturali diversi (democristiano, socialista, liberale) ma di un problema politico allora dominante: porre limiti e freni all’azione di un esecutivo costituito dal partito comunista e dai suoi alleati.
Anche grandi personalità costituenti, che avevano a cuore l’obiettivo dell’efficacia dell’azione di governo e riconoscevano l’importanza di una democrazia capace di decidere, dovettero rassegnarsi al fatto che bisognava imbrigliare quanto più possibile un partito anti-sistema che avesse eventualmente ottenuto una maggioranza elettorale.
Si ritenne che il solo bicameralismo paritetico e indifferenziato non bastasse a rendere faticoso il processo decisionale; era necessaria una struttura del processo legislativo tale da produrre effetti di rallentamento.
Pertanto la lentezza delle decisioni, la moltiplicazione dei poteri di veto, gli ostacoli frapposti a riforme promosse dal governo e non condivise dall’opposizione, furono caratteri del modello di democrazia della nostra carta costituzionale, ai quali il sistema dei partiti si adattò e sostenne.
Ciò produsse esiti indesiderati: il debito che abbiamo sulle spalle, l’inefficienza delle istituzioni, la fatica a riformare e a reagire a mutamenti esterni.
Senonché all'indomani del mutare della situazione politica interna ed internazionale: implosione dell’Unione Sovietica e scomparsa della minaccia comunista, crisi politica italiana dei primi Anni ‘90 che ha spazzato via i vecchi partiti, nuovo regime economico neoliberale e globalizzato, trattato dell’Unione Europea e l’Unione Economica e Monetaria che hanno trasformato l’Europa da madre in matrigna, come molti pensano con qualche ragione, hanno evidenziato la necessità di una riforma costituzionale.
È solo ponendosi all'altezza di questi cambiamenti storici che, in modo particolare, va valutata l’opportunità di una riforma costituzionale.
Si tratta di cambiamenti necessari per andare avanti e migliorare le capacità decisionali della nostra democrazia - l’efficienza delle sue istituzioni, la competitività della sua economia, il rispetto delle sue leggi - quali che siano le idee politiche che professiamo.
La riforma si basa sui seguenti punti qualificanti: l’abolizione di un Senato elettivo e l’istituzione di un Senato delle autonomie formato da 100 componenti, lo snellimento nei tempi per approvare le leggi, l’abolizione del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), l’abolizione formale delle Province il riordino delle competenze tra Stato e Regioni con il ritorno allo Stato di materie strategiche per lo sviluppo e la programmazione economica del Paese.
Nelle intenzioni dei suoi estensori, questo è il fine della riforma costituzionale. Speriamo che alle intenzioni corrispondano i risultati, ma questo, se passa il referendum, lo vedremo tra molto tempo.

Francesco Sannicandro, Bari

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400