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Potenza, diario di una giornata nell’avamposto della lotta al Covid della Terapia intensiva

l direttore del dipartimento: «Ecco perché a Natale state buoni se potete»

POTENZA - Il diavolo lo guardano in faccia. Sono il gancio a cui si aggrappa la vita dei malati Covid, soldati in trincea davanti a un nemico potente, spietato, imprevedibile. Il «male» dei nostri giorni. Un guerriero - dice lo scrittore brasiliano Paulo Coelho - non può abbassare la testa, altrimenti perde di vista l'orizzonte dei suoi sogni. E qui, nel reparto di Terapia intensiva dell’ospedale San Carlo di Potenza, il sogno di medici, infermieri e «Oss» è quello di vedere i pazienti vincere la battaglia con il loro aiuto, recuperare le forze, guarire, tornare a casa.
Purtroppo la triste realtà è che l’80 per cento dei ricoverati non ce la fa.

L’ultimo a mollare è stato sabato scorso un anziano intubato. Si è spento mentre il nostro fotoreporter Tony Vece documentava con la sua macchina fotografica la «quotidianità disperata» di un avamposto della lotta al virus.

Non può essere certo un conforto sapere che si è in linea, dal punto di vista statistico, con quanto accade nel resto del mondo. Non ci si rassegna, non ci si può rassegnare alla sconfitta. Lo sa bene l’operatrice socio-sanitaria Serenella, 31 anni, occhi dolci, temprati da lacrime e notti insonni, indole da amazzone. È stata assunta al San Carlo dallo scorso aprile, in tempo per affrontare la prima fase dell’emergenza: «Il primo impatto nel reparto è stato tremendo. Ricordo - dice - di aver combattuto a mani nude insieme agli infermieri e ai medici. La mancanza di materiale si è protratta fino all’inizio della seconda ondata, adesso le cose vanno meglio. Resta la carenza di personale, ogni turno 6 o 7 infermieri, 2 «Oss», 2 rianimatori, un addetto alle pulizie per seguire fino a 18 pazienti, un numero che mi fa tremare i polsi. All’inizio ho temuto per mia figlia di 7 anni - conclude Serenella - la paura di contagiarla mi ha convinta a portarla a casa di mia madre. La salutavo quando si affacciava al balcone, sono stati momenti difficilissimi, anche perché in famiglia ho avuto sette positivi».

Il Covid ha modificato le abitudini di tutti. Per chi lavora in questo reparto l’impatto è ancora più forte: «Sì - conferma Maria, infermiere di 33 anni - direi che l’emergenza ci ha cambiato caratterialmente». Non ci si abitua al dolore, ma occorre essere freddi e determinati superando l’emotività: «C’è però una cosa - aggiunge Maria - che non riesco ancora a metabolizzare. Dobbiamo effettuare la disinfezione delle salme, cospargendo «amuchina» sul corpo del paziente e anche all’interno. Sono cattolica, non vorrei vìolare il rispetto di un corpo senza vita. Però c’è l’obbligo di osservare il protocollo e lo faccio con molto disagio».

Il suo unico desiderio è quello di tornare alla normalità. Come tutti. «Vorrei di nuovo sedermi a tavola con mia madre e mio padre. Mi mancano i loro abbracci e i loro baci». Vivono nella stessa casa ma non pranzano insieme da marzo scorso, cioé da quando Maria ha preso servizio per la prima volta nel reparto. Vorrebbe liberarsi della mascherina, della tuta da «astronauta», dei guanti, ma teme che ancora per molto tempo questo possa rivelarsi un sogno da cui svegliarsi di nuovo sudata. E sfiancata.

Lo spirito di appartenenza la aiuta a superare lo sconforto. Medici, infermieri e «Oss» fanno squadra per resistere e lottare. Lanciando il cuore oltre l’ostacolo di un avversario invisibile.

RISCHIO TERZA ONDATA (Tony Vece) - «Spero che il periodo natalizio non comprometta i risultati raggiunti faticosamente in attesa del vaccino anticovid che resta assolutamente inderogabile per il raggiungimento della auspicata immunità di gregge. Nell’immediato, però, bisogna rispettare le regole, se si dovessero commettere gli stessi errori della scorsa estate la terza ondata non sarà probabile, sarà sicura. Per Natale, come diceva San Filippo Neri, state buoni se potete».

È il messaggio che lancia Libero Mileti, direttore del dipartimento di Terapia intensiva, Anestesia e Rianimazione dell’ospedale San Carlo di Potenza. Mette in guardia da comportamenti sbagliati durante le feste: il Covid è sempre lì in agguato.

Quali sono le differenze rispetto alla prima ondata?
«Questa seconda ondata ha finora almeno decuplicato i numeri complessivi dei pazienti positivi che hanno bisogno di ricovero ospedaliero».

La durata media di un ricovero?
«Considerata la stessa natura anatomica del tessuto polmonare, richiede un alto turn over anche superiore a sei settimane in terapia intensiva».

Attrezzature, macchinari e posti letto, le differenze con la prima ondata.
«Le dotazioni tecniche sono sufficienti e il San Carlo è in grado di poter assistere, contemporaneamente, fino a un massimo di 32 pazienti Covid ad alta intensità di cure».

Qual è l’impatto emotivo in questo momento?
«Fortissimo perché il personale, per quanto addestrato e protetto dai necessari Dpi, quando entra nei box per assistere i pazienti è sicuro di entrare in un ambiente contaminato ed è deprimente che nonostante i tanti sforzi ci sia una elevata mortalità in terapia intensiva pari a circa l’ottanta per cento».

C’è bisogno di altro personale sanitario?
«È necessario prevedere almeno due operatori protetti dai Dpi per ogni box a pressione negativa per la sola assistenza infermieristica, un terzo operatore è di supporto per passare all’interno dei box le cose necessarie. Stesso discorso per i due medici rianimatori per ogni turno di servizio, di cui uno vestito ed uno di supporto. Il personale di supporto, Oss e addetti alle pulizie sono assolutamente indispensabili per la corretta gestione del materiale da smaltire e per la necessità di una costante sanificazione di tutti i locali».

C’è un contatto con il «mondo esterno» per i ricoverati?
«Ogni giorno tra le 13 e le 15 il rianimatore in servizio provvede a trasmettere telefonicamente ai familiari tutte le informazioni necessarie. Per le video chiamate, in Rianimazione è stato possibile, relativamente allo stato di coma del paziente, anche farmacologicamente indotto, consentire brevi videochiamate tra pazienti e familiari».

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