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Cinema in Puglia

Sergio Rubini rievoca «La stazione» e il monotono incanto della provincia

Trent’anni dopo l’esordio, il regista di Grumo si confessa dal set del nuovo film sui fratelli De Filippo

La grandezza, il talento di un regista sono tutti lì. È la capacità di essere testimone sensibile della condizione umana, offrire allo spettatore lo specchio nel quale riconoscere le difficoltà nelle quali si dibatte la coscienza degli uomini.
Sergio Rubini è un testimone vivido del nostro tempo. I primi giorni del prossimo settembre il regista nato a Grumo sarà a San Marco in Lamis, in provincia di Foggia, per un evento legato ai 30 anni del suo primo film «La stazione». Una storia di provincia, semplice, ma densa di significati.

Il protagonista, lo stesso Rubini, interpreta la figura di Domenico, un timido capostazione che ormai vive da solo nella sua piccolissima stazione ferroviaria, nella campagna pugliese. La storia potrebbe benissimo essere riproposta in una qualunque della stazioncine così come ciascuno di noi le ricorda da bambino nei suoi giochi o da ragazzo, all’epoca dei suoi studi. È la monotona, tranquilla vita di provincia, dove il tempo appare cristallizzato e la vita è scandita dal ticchettio di un orologio, una campanella, tutto a orari precisi.

Quella monotonia si spezza all’arrivo di Flavia, una donna bellissima (Margherita Buy) che fugge da una villa dopo che il suo compagno ubriaco (interpretato dal compianto, bravissimo Ennio Fantastichini) ha incominciato a picchiarla. L’uomo la raggiunge nella stazione dove la donna ha trovato rifugio. Il piccolo capostazione difende la donna della quale è innamorato. Il violento non si dà per vinto e mette sotto assedio la stazione cercando addirittura di appiccare un incendio. L’uomo è ormai chiaro che sta per avere la meglio sul capostazione in una lotta fisica impari quando il portello di un armadietto che si apre a orari precisi in coincidenza con le vibrazioni determinate dal passaggio del treno sarà di grande aiuto.
Rubini proviene da una famiglia di ferrovieri. Suo padre, Alberto Rubini, oggi ha 86 anni. Nel tempo libero, ha sempre fatto teatro amatoriale a Grumo e nei centri vicini con una piccola compagnia, recitando in vernacolo ma anche testi importanti in lingua. È anche un apprezzatissimo pittore.

Il rapporto di un padre con suo figlio è tenerissimo. «Sergio è come se sapesse tutto del mio mestiere. Come fa sempre, si documenta da solo. Mio figlio è fatto così, segue ogni traccia per suo conto e poi risolve il problema», racconta Rubini senior.
La memoria è nitida. Sergio frequenta il liceo scientifico ad Altamura e all’improvviso comunica alla famiglia il suo intento: «Devo andare a Roma perché voglio iscrivermi all’Accademia nazionale di arte drammatica Silvio D’Amico». Papà e mamma non si oppongono. «Fu tra i migliori a un concorso presentando un’opera letteraria a memoria». Le lezioni alla scuola di teatro sono durissime. Iniziano alle 8 e terminano alle 20. Studia tantissimo. Viene notato da Federico Fellini che lo vuole nel suo

«L’intervista» (1987).

«Il film lo realizzò mettendoci il cuore. Penso che in qualche modo avere avuto un padre capostazione abbia influito sulla sua scelta di girare il primo film su una stazione. Comunque ha rappresentato in modo fedele il mio mestiere».
In una scena, mentre pioveva, in un nugolo di persone, anche Alberto fa la comparsa. «Sergio viene spesso a Grumo ma dopo qualche giorno riparte per Roma, la città che ha nel cuore». Il film prende spunto da una pièce teatrale di Umberto Marino ma la stessa opera nasce da uno spunto dello stesso Rubini.

Sergio Rubini, oggi, a sessant’anni appena compiuti, sta preparando il prossimo film sulla vita dei tre fratelli De Filippo: «Con il drammaturgo Marino e il regista teatrale Ennio Coltorti davamo vita a un terzetto e ognuno portava qualcosa. Io portai la mia esperienza, l’idea di fare un film all’interno di una stazione», racconta.

Il regista, da noi raggiunto al telefono a Roma, rievoca volentieri quelle atmosfere, rispondendo alle domande in una pausa della lavorazione del film che sta girando su Eduardo, Titina e Peppino De Filippo. Lo spettacolo teatrale sulla «Stazione» riscuote successo. «Il produttore mi propose di realizzare un film e di dirigerlo io stesso visto che avevo già un’esperienza come attore. Ciò che ho portato in quel film non è tanto la figura paterna. Il personaggio di Domenico non assomiglia affatto a mio padre. Mio padre, però, mi ha dato tutto il resto. Io sono cresciuto nelle stazioni, mio padre, mio nonno e mio zio erano capistazione. Sono cresciuto nelle stazioni e quando ero bambino con mia madre andavamo alle Ferrovie calabro-lucane (oggi Fal, ndr) e andavo a trovare mio padre in ufficio».

Emerge dai ricordi il filo rosso che lega le immagini. «So che cosa sono le stazioni in inverno con la stufa, in estate con il caldo, le vasche con i pesciolini rossi. Conosco benissimo l’atmosfera delle stazioni con le sue solitudini anche perché un tempo quegli scali erano un po’ fuori mano. Conosco la vita di un capostazione, i suoi tempi».

L’artista grumese ha nella sua mente le immagini, deve comporre un’armonia di cui già conosce le note, un discorso da consegnare allo spettatore con le sue metafore, i significati profondi. «È una storia molto legata alla provincia, alla presunta monotonia della vita di provincia in contrapposizione alla promessa legata al passaggio di un treno. Il treno ti promette un altrove, la promessa di un altro mondo, per un provinciale il treno è la possibilità di affrancarsi dalla sua condizione. È la possibilità di raggiungere la Germania, Parigi, il nord Italia. È il racconto della provincia del Sud che vede nel treno la possibilità di un riscatto».

Nulla però è banale nella monotonia. Cristo, però, non si è fermato al Sud.

«Domenico a un certo punto vagheggia la città ma in quella piccola stazione, in quel microcosmo, lui, uomo qualunque, grigio uomo della strada, conosce alla perfezione ciò che accade in un determinato momento, quando si apre il mobile, il caffè che si fa in un determinato tempo. Vivere quella vita monotona gli ha consentito di scandagliarla fino in fondo, conoscere il ritmo della monotonia». Questo bagaglio di conoscenze gli consente di sbaragliare il nemico. «È vero che vive ai margini, ma in quel perimetro di terra è tutt’altro che un provinciale o un uomo qualunque. È intelligente, forte, sapiente, scaltro, sa come venire a capo dei problemi», afferma.

La giovane donna è diversa sul piano culturale e sociale: «Lei sarebbe magari disposta anche a restare un giorno in più in quella stazione ma lui la invita ad andare perché conosce la forza dei propri limiti. Lui sa che sarebbe un sogno irrealizzabile quello di trascorrere del tempo con lei. Un altro uomo proverebbe a trattenerla, a rubarle un bacio in più».
Ecco come la monotonia apparente si riempie di umanità, filtrate dalla notevole sensibilità del regista. «Abbiamo girato sempre di notte, per cui finivamo regolarmente all’alba, dormivamo di giorno e si lavorava di notte. Alloggiavo in un hotel a San Giovanni Rotondo. Ho visto albe stupende. Abbiamo lavorato sempre all’umido perché nella notte che raccontavamo pioveva sempre». Altre sequenze sono registrate proprio a Grumo.

Un’esperienza formativa per il regista «ma anche per Domenico Procacci (barese di Santo Spirito, ndr), al suo primo film da produttore. La sua Fandango nasce con quel film».

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