Quando penso alla scuola, penso agli studenti. Ai miei e a tutti quelli che popolano le nostre classi, che abitano i corridoi. Al loro vociare, alle facce, alle tante storie che sono l’humus dalla quale attingo. Poi ci siamo noi, noi insegnanti. Ed è difficile raccontare, con una certa soglia di oggettività, una categoria di cui faccio parte. Negli anni ci è stato chiesto molto: non solo di essere professionisti competenti, ma educatori empatici, sentinelle dei bisogni emotivi degli studenti. Punto di riferimento. Adulti capaci di comprendere fragilità e disagi, sempre più diffusi. Comprensivi ma fermi nelle regole – cosa che spesso, come genitori, non sappiamo più fare.
Ma la verità è che ciò che siamo si avverte nel riflesso di chi ci osserva. O giudica: i genitori. Qualche settimana fa, mentre ero in classe con i ragazzi del quinto anno a parlare di futuro, mentre li ascoltavo discutere con l’impeto e l’entusiasmo dei loro pochi anni, una studentessa ha preso la parola e tra candore e disincanto, ha esordito dicendo: - Prof. parlavo a cena con i miei, ho detto loro che mi piacerebbe insegnare. Mi hanno ascoltato in silenzio e guardato con fare severo. -Tanta fatica, tanti anni di studio, per fare solo questo?!- Non sono stata in grado di improvvisare nessuna risposta convincente.
Non ho nulla da dire a mia discolpa. So solo che mi sveglio felice di fare questo lavoro.
Ma forse non è abbastanza.
Avrei potuto rifugiarmi nelle solite frasi mielose del lavoro come vocazione.
Non sarei stata onesta. Sono arrivata all’insegnamento quasi per caso, forse senza volerlo, l’ho fatto per inseguire i sogni di mio padre e di mia madre, senza crederci affatto.
Poi un giorno qualunque, di molti anni fa, sono entrata in classe e gli sguardi, la curiosità, l’entusiasmo ritrovato nel parlare di ciò che amo hanno fatto il resto.
Ho sentito di essere nel posto giusto.
Sì, tanti anni di studio per questo.
Per uno stipendio da fame. Per poco riconoscimento. Per mille problemi da risolvere ogni giorno. Ma in cambio tutti voi. Per me è molto.
E lo è ancora, nonostante tutto. Nonostante le mancette della politica con cui si scredita il nostro ruolo, le stupide battute infelici di chi la scuola non la conosce. Nonostante la sfacciataggine di certi genitori che pretendono di insegnarti il mestiere. Nonostante le riforme che cambiano tutto senza migliorare niente.
Ci si è accorti di noi solo durante la pandemia. Quando la scuola è diventata improvvisamente indispensabile, e scusate se azzardo una ipotesi, non per il timore di una pausa alla formazione dei figli, ma perché la scuola ha da sempre significato riparo, luogo di crescita, di incontri. Il luogo in cui si impara a diventare grandi, e questo da remoto non si può replicare.
Mentre scrivo, apprendo di una insegnante accoltellata in classe. L’alunno indossava una maglietta con su scritto: “Vendetta”.
Qualcuno dirà che anche questa volta non siamo stati capaci di cogliere il disagio, di accorgerci di uno scricchiolio.
Credo non ci sia altra via se non questa: percorrerla insieme.
In bocca al lupo, Prof!
scuole
Quando penso alla scuola, penso agli studenti. Ai miei e a tutti quelli che popolano le nostre classi, che abitano i corridoi. Al loro vociare, alle facce, alle tante storie che sono l’humus dalla quale attingo.
Giovedì 26 Marzo 2026, 16:42
Biografia:
Nasce la collaborazione con la «Gazzetta» di Mirella Carella, che curerà la rubrica «Diario di classe», piccole e grandi storie quotidiane che nascono tra i banchi e nei cuori dei giovani. Mirella Carella, barese, ha lavorato nel mondo dell’arte partecipando a mostre in Italia e all’estero, alcune sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. Dal 2015 è docente di ruolo in Disegno e Storia dell’Arte.
Mirella Carella
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